Apollo 18, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro Commenta

Nel dicembre del 1973, l’equipaggio della missione Apollo 18 precedentemente cancellata dalla NASA, viene informato che invece la missione avrà luogo, anche se nel frattempo è passata sotto la supervisione del Dipartimento della Difesa e va quindi considerata top secret. Il comandante Nathan Walker (Lloyd Owen), il tenente colonnello John Grey (Ryan Robbins) e il capitano Benjamin Anderson (Warren Christie) vengono inviati sulla superficie lunare per posizionare rilevatori che monitorino l’attività missilistica sovietica. Giunti a destinazione Grey rimarrà in orbita a bordo del modulo di comando Freedom, mentre Walker ed Anderson effettueranno un allunaggio con il modulo Liberty per espletare le operazioni sulla superficie.

Sulla superficie, mentre i due sono impegnati nell’installazione di uno dei rivelatori, verranno prelevati anche dei campioni di rocce lunari. Sarà dal momento in cui quei campioni arriveranno a bordo del modulo lunare che cominceranno a verificarsi inquietanti episodi come anomali disturbi delle comunicazioni radio, strani movimenti all’esterno del modulo, telecamere danneggiate, episodi che culmineranno con il ritrovamento, in un cratere nei pressi di un modulo sovietico abbandonato, del corpo senza vita di un astronauta russo.

Walker ed Anderson cominceranno così ad avere la sensazione di essere osservati, chi o cos’altro si aggira nei pressi del modulo lunare? Cosa è successo all’astronauta russo e soprattutto che fine ha fatto il suo compagno?

Nello spazio nessuno può sentirti urlare“, così recitava la frase di lancio dell’ansiogeno cult Alien ed è proprio con queste premesse che il filone found footage o se preferite mockumentary-horror approda nello spazio, inaugurando almeno sulla carta una fittizia, claustrofobica ed orrorifica missione Apollo 18, che il regista spagnolo Gonzalo López-Gallego, al suo primo film in lingua inglese, orchestra con tutti i crismi che hanno contribuito a trasformare il sopravvalutato Paranormal activity in un fenomeno nelle sale d’oltreoceano, ma il problema di un’operazione come questa non è solo l’angusta location, ma anche il poco spazio di manovra a livello immaginifico con cui costruire una tensione che su schermo purtroppo latita in un brevissimo arco di tempo, lasciando che la pellicola scivoli via pigramente e con qualche isolato guizzo

Ad una sceneggiatura troppo prevedibile e priva di mordente si contrappone una realistica ricostruzione di ambienti e scenari ripresi con tutto l’armamentario audio-video del caso, che se capace di amplificare il realismo della messinscena, mette anche in mostra, accentuandole, tutte le debolezze che il formato sciorina ad ogni nuova incursione su grande schermo.

Se recentemente il formato ci aveva regalato l’exploit di un vero gioiello come l’uruguayano The Silent House e qualche fiacca digressione nel filone possessione demoniaca con L’ultimo esorcismo, questo Apollo 18 pur regalando qualche spunto interessante e creando anche una discreta tensione iniziale, alla fine si perde lungo la strada dilatando oltremodo i tempi, diventando di fatto un’occasione persa o meglio ancora un’operazione sopravvalutata.

Note di produzione: il film, che ha fruito di un budget di 5 milioni di dollari, tutti recuperati al suo esordio nelle sale, è stato prodotto dal regista russo Timur Bekmambetov (Wanted), che ha anche prodotto l’imminente L’ora nera (The Darkest Hour) e montato da Patrick Lussier, regista di Drive Angry 3D e del remake San Valentino di sangue 3D.

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