Il miglio verde, recensione

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Il prologo ci porta in una casa di cura per anziani, dove un paziente sofferente di incubi ricorrenti durante la proiezione di un film scoppia a piangere travolto da una serie di ricordi impossibili da arginare, e che ci permetteranno di ripercorrere una parte della sua vita durante la quale ebbe la fortuna e la sfortuna di assistere  ad eventi incredibili.

Il pensiero torna al 1935, Paul Edgecombe (Tom Hanks), questo il nome dell’uomo, lavora nel penitenziario di Cold Mountain ed esattamente nel braccio della morte dove i detenuti in attesa di essere giustiziati passano i loro ultimi giorni, prima di percorrere il famigerato Miglio verde, il corridoio che li porterà verso la sedia elettrica.

Nel tran tran  quotidiano del braccio con tutti i suoi piccoli e grandi problemi, che d’altronde Paul risolve sempre in maniera impeccabile, un bel giorno piomba un gigantesco uomo di colore, John Coffey (Michel Clarke Duncan), accusato di aver ucciso due sorelline, che oltre ad avere un’aria incredibilmente innocua rispetto alle sue fattezze, instilla in Paul un dubbio riguardo la sua colpevolezza.

La cosa incredibile e che ben presto John Coffey trasformerà la tranquilla vita di Paul e dei suoi colleghi in un’incredibile avventura, quando si scoprirà che non solo  l’uomo è innocente e dotato di una spiccata sensibilità che lo rende simile ad un bambino, ma possiede anche il taumaturgico potere di guarire e ridare la vita.

Il regista Frank Darabont adatta un’altra opera di Stephen King, dopo il bellisimo Le ali della libertà, tornando a cimentarsi non solo con un racconto toccante e suggestivo, ma anche con il prison-movie, genere che sembra calzargli davvero a pennello.

Non certo trascurabile l’apporto di Tom Hanks che supporta piacevolmente tutta la messinscena, lo spettatore ritrova una certa familiarità e sicurezza nel suo recitare decisamente piacevole e senza vezzi, poi nel film c’è un mix struggente tra sovrannaturale e melò che conquista sin da subito, un miscelare con arguzia reale e irreale, vita e morte con toni quasi fiabeschi che non lasciano scampo alcuno allo spettatore più sensibile.

Darabont prima con Le ali della libertà, e più recentemente con The Mist sembra davvero in sintonia con lo scrittore del Maine, di cui si è peraltro proclamato più volte un ammiratore, ed anche in questo caso visto il gran lavoro svolto e l’efficacia della messinscena i complimenti e la visione sono d’obbligo.