Zombie goes to Hollywood: a volte ritornano…

di Pietro Ferraro 5

Gli zombie nell’accezione comune del termine sono defunti riportati in vita attraverso riti che provengono dalla tradizione africana che affonda le proprie credenze in una sorta di commistione di magia e religione conosciuta come Voodoo, questi cadaveri sono riportati in vita tramite pozioni create da una sorta di sacerdoti che poi utilizzano questi ritornanti a proprio piacimento.

Il cinema ha poche volte ritratto gli zombie in questa veste, solo Wes Craven con il suo Il serpente e l’arcobaleno (1988), e a suo modo Lucio Fulci nel suo Zombi 2 (1979) tornano alle origini per raccontarci di misteriosi riti e strane cerimonie, ma non è questa l’immagine odierna dei cosiddetti morti viventi.

George A. Romero, ha definitivamente dato agli zombi la connotazione apocalittico-politica che oggi è diventata punto di riferimento per tutta una nuova generazione di cineasti, ma lo è stata anche negli scorsi decenni per molti registi che hanno visitato e in pochissimi casi stravolto l’archetipo romeriano.

Dopo che nel 1964 il nostro Ubaldo Ragona aveva trasposto sullo schermo il romanzo di Matheson Io sono leggenda ne L’ultimo uomo sulla terra (1964), nel quale seguivamo le gesta di Vincent Price alle prese con dei vampiri/zombie che infestavano inesorabilmente la terra devastata da un virus, nel 1969 la svolta, nei cinema arrivò il cult La notte dei morti viventi, partito in sordina deflagrò con tutta la sua potenza visiva e si conquistò, da piccolo film indipendente qual’era, un posto nella storia del cinema horror.

Romero ha proseguito negli anni il suo discorso politico ed intellettuale realizzando oltre la trilogia originale altri due ideali sequel, La terra dei morti viventi (2005) e Le cronache dei morti viventi (2007), pellicole sicuramente meno incisive e ficcanti dei precedenti lavori, specialmente Le cronache dei morti viventi, che soffre del passaggio ad un linguaggio da mockumentary poco consono allo stile del regista, ma comunque intelligenti, polemici e disturbanti solo come il cinema di Romero sa essere.

Molti i registi italiani che si sono cimentati nel genere, la maggior parte al solo scopo di guadagnare sull’onda emotiva scatenata dal cult di Romero, vedi Bruno Mattei con Virus-l’inferno dei morti viventi (1980) o Marino Girolami ed il suo Zombi Holocaust (1980), altri per esplorarne le palesi potenzialità narrative come Pupi Avati con il suo Zeder (1983) ed altri ancora, come Lucio Fulci per ben miscelare il lato commerciale e quello autoriale sfornando si qualche scult, ma anche piccole opere imperfette, ma  molto suggestive come Zombi 2 o Paura nella città dei morti viventi (1980).

Gli anni ’80 e lo splatter, un connubio forte ed espressivamente potente, gore e violenza grafica al limite del surreale, zombie e splatter sono fratelli separati alla nascita, che negli anni ’80 si riuniscono per sfornare una sequela di disturbanti e irriverenti pellicole dal sapore anarchico e ribelle, Il ritorno dei morti viventi (1985) rock, ironia, e smembramenti per uno degli autori de La notte dei morti viventi, Re-animator (1985) lo splatter-cult per eccellenza, tripudio di scioccanti e volutamente eccessivi effetti speciali, per arrivare negli anni ’90 a Splatters-gli schizzacervelli (1992) pellicola visivamente al limite del sopportabile, il futuro regista della Trilogia dell’anello Peter Jackson assale lo spettatore con immagini violente, destabilizzanti e al contempo insidiosamente affascinanti.

Gli zombie diventati solida icona horror però non si limitano al loro genere, ma sconfinano nella commedia demenziale sempre condita comunque da una poderosa dose di effettacci ultra-gore, come nel cult L’alba dei morti dementi (2004), l’originale Zombie honeymoon (2004), dove la frase di rito, finchè morte non vi separi assume un sorprendente e inaspettato significato ed infine il teen-movie tedesco Maial Zombie (2004), dove tra umorismo all’American pie e qualche buon effetto di make-up si mette alla berlina, con non poche cadute di stile, tutto il filone.

Gli ultimi anni sono stati molto prolifici, lo zombie è rimasto nella sua connotazione più classica ed ha popolato videogames, fumetti e di conseguenza tutta la produzione cinematografica che ne ha cannibalizzato icone e clichè, adattandoli al mondo hi-tech dell’action-horror Resident evil (2002), a quello autoriale e ricercato di 28 giorni dopo (2002) o a quello attualizzato, stilisticamente innovativo e iperrealistico dello spagnolo Rec (2007).

Comunque non mancano i remake, con l’ipercinetico L’alba dei morti viventi (2004), zombi centometristi che stravolgono la lenta e mortifera carcassa dei protagonisti dell’originale di Romero, gli omaggi come l’ipersplatter e  fumettoso Planet terror (2007) di Robert Rodriguez ed i fanta-zombi del divertente Undead (2003). Segnaliamo doverosamente anche qualche riuscito sequel come l’ottimo 28 settimane dopo (2007) e il demenziale Cacciatori di zombie (2006).

Zombie o morti viventi, comunque li si voglia definire, è stupefacente l’impatto emotivo e viscerale che questi esseri privi di qualsivoglia intelligenza, anche se qualcosa nelle putrefatte testoline di questi mostri sembra stia evolvendo nella mitologia romeriana, hanno sull’immaginario più profondo dello spettatore, paura della morte ed il terribile dubbio su un eventuale Aldilà, disfacimento della carne in favore dell’istinto animale e del cannibalismo, la cosa indubbia è che queste semplici macchine naturalmente programmate per divorarci pare abbiano molto da raccontare su l’uomo, la sua traballante umanità e sulla società odierna: George A. Romero docet.

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