The Raid: Redemption, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 3

In Indonesia nel cuore dei quartieri poveri di Giacarta si trova un impenetrabile palazzo diventato con il tempo una casa sicura per assassini, spacciatori e criminali vari. Il fatiscente edificio è considerato intoccabile sia dai rivali del famigerato boss malavitoso Tama Riyadi (Ray Sahetapy) che ne occupa l’attico, che dal corpo di polizia in gran parte sul libro paga dello psicopatico criminale. Tutto cambia quando ad una squadra SWAT viene assegnato il compito di espugnare l’edificio al fine di eliminare Tama una volta per tutte.

Quando la squadra composta di venti uomini che includono il sergente Jaka (Joe Taslim), la recluta Rama (Iko Uwais) e il tenente Wahyu (Pierre Gruno) irrompe nel palazzo, le sentinelle e i cecchini piazzati da Andi (Donny Alamsyah) e Mad Dog (Yayan Ruhian), gli scagnozzi di Tama, lo metteranno in allarme premettendo al boss di scatenare un’orda di criminali psicopatici contro la squadra, con la promessa a tutti loro di un tetto gratis sulla testa vita natural durante, se massacreranno ogni singolo agente di polizia presente nell’edificio.

Dopo un trionfale debutto al Toronto Film Festival 2011, dove l’action di Gareth Evans ha collezionato critiche entusiastiche, The Raid: Redemption si guadagnato una distribuzione nelle sale americane oltre ad un remake in lingua inglese messo in cantiere dalla Sony Pictures.

Con la grande delusione avuta con il sopravvalutato thriller Buried – Sepolto, anch’esso acclamato dalla critica in diversi festival, ci siamo approcciati con estrema cautela a questo action indonesiano, ma stavolta ogni singola parola scritta in favore del film si è rivelata sacrosanta.

Il regista gallese Gareth Evans è riuscito a miscelare alcune tipicità degli action hollywoodiani alle necessità di un budget da B-movie, aggiungendovi una spettacolare brutalità coreografata in maniera eccelsa da un cast di stunt, che allestisce di fronte alla macchina da presa un’efferata danza della morte sfoderando armi da taglio, da fuoco e un’energia a dir poco impressionante capace di far  dimenticare alcune ingenuità palesate in fase di scrittura, che visto però il risultato complessivo si possono perdonare senza alcuna riserva.

Il film si snoda come in un videogame avanzando di livello in livello, le frenetiche sparatorie della prima parte, dimenticate le eleganti coreografie di John Woo qui si punta al massacro, vengono sostituite con l’avanzare del film da rutilanti e feroci corpo a corpo in cui il protagonista Rama interpretato da Iko Uwais, un’artista marziale che ci ha ricordato per atleticità e presenza scenica il Tony Jaa della serie Ong Bak, affronta un’orda di violenti e motivati psicopatici con un’insana passione per le armi da taglio e in particolare per il machete.

The Raid: Redemption in realtà non inventa nulla, parlare di nuovi standard per l’action significherebbe ignorare anni di cinema orientale (basta dare un’occhiata all’Hard Boiled di John Woo) e tanto recente buon cinema americano low-budget, vedi l’inedito Hobo with a shotgun piuttosto che il recentissimo Bad Ass che di brutalità hanno saputo fare virtù, ma il film di Evans ha l’indubbio pregio di mostrarci un intrigante ibrido, posto a mezzavia tra oriente e occidente che rappresenta una vera e propria ventata d’aria fresca per il genere, che non potrà che far gioire i cultori di un cinema iperdinamico e ferocemente schietto e chi spera di poter vedere nelle sale italiane più cinema di genere e meno decantati e blasonati flop.

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Note di produzione: Le coreografie delle sequenze di lotta sono ad opera di Iko Uwais e Yayan Ruhian; gli attori che ricoprivano ruoli chiave nel team SWAT sono stati inviati in un campo di addestramento militare dei KOPASKA, unità speciali di incursori della marina indonesiana, per un corso intensivo in uso delle armi, attacchi strategici e tecniche di difesa; la colonna sonora della versione per il mercato statunitense ha fruito di una nuova partitura composta per l’occasione da Mike Shinoda dei Linkin Park e Joseph Trapanese; il film girato con una Panasonic AF100 ha fruito di un budget di poco superiore al milione di dollari.

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