The Last Song, recensione

di Pietro Ferraro 5

Veronica/Ronnie (Miley Cyrus) non ha proprio accettato il divorzio dei suoi genitori, e al contrario del fratellino Jonah (Bobby Coleman) ha sviluppato una sorta di corazza emotiva che ne fa una ragazza scontrosa e ribelle, che ha voluto troncare ogni rapporto con il padre ( Greg Kinnear), che ritiene l’unico responsabile della sua sofferenza e del disfacimento del nucleo familiare.

Ronnie però dovrà affrontare la sua rabbia e l’odiata figura paterna durante una vancanza estiva. che la vedrà convivere con padre e fratellino in una casa in riva al mare, nella suggestiva cornice balneare di Tybee Island.

Inizierà cosi per Ronnie una faticosa elaborazione del suo disagio, che verrà aiutata da una serie di avvenimenti che la supporteranno in questo non facile percorso, su tutti l’incontro con Will (Liam Hemsworth) rampollo di una ricca famiglia locale alle prese con la recente tragica scomparsa del fratello.

Ronnie e Will si innamoreranno e questo predisporrà la ragazza ad un riavvicinamento con il padre e ad un ritorno alla musica, passione per la quale la Ronnie ha davvero un grande talento, ma proprio quando la famiglia sembrerà di nuovo unita, il destino metterà Ronnie di fronte all’ennesima prova.

Piccole popstar crescono, l’idolo delle adolescenti Miley Cyrus alias Hanna Montana tenta il salto di qualità verso un pubblico più variegato del consueto zoccolo duro di teenager con un dramma a tutto tondo, in cui l’elemento Teen è sfumato a favore di un’impronta melò, che se pur prevedibile nel suo svolgimento non manca di momenti toccanti, e di una messinscena dignitosa  che permette alla pelllicola di trattare e veicolare tematiche non semplici.

The Last Song unisce due delle figure più odiate dalla critica d’assalto, lo scrittore Nicholas Sparks (Le parole che non ti ho detto) che ha la pessima abitudine di parlare di amore e sentimenti rivolgendosi al grande pubblico, e Miley Cyrus rappresentante di quella fabbrica di star in miniatura che è la Disney Factory, che nonostante sia dotata di indubbio talento e carisma. è ritenuta mera macchina per far soldi, quindi incapace per molti di qualsivoglia caratura artistica.

Così accade che tutti gli indubbi difetti del film della regista inglese Julie Anne Robinson, all’attivo molti premi e un corposo curriculum teatral-televisivo, diventino l’unico metro di giudizio di un film che è decisamente meglio di come lo si vuiol dipingere, o di come molti vorrebbero che sia, tanto per darsi una pacca sulla spalla e cestinare in fretta e furia l’invadente star musicale in trasferta sul grande schermo.

The Last song ha senza dubbio tutti di difetti tipici delle opere di Sparks, qui in parte amplificati dal suo ruolo di co-sceneggiatore, ma grazie ad una regia efficace riesce, dopo un incipit che senza alcun dubbio potrebbe far pensare all’ennesimo script da teen-movie, ad innalzarsi al di sopra della media di molti prodotti analoghi, rivelandosi un film che si lascia tranquillamente guardare, certo sempre se si apprezza il genere, non si cerca nulla di memorabile, e soprattutto non si parta  prevenuti.

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