L’ultima casa a sinistra-The Last House on the Left: recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 2

Una coppia di coniugi Emma e John Collingwood con figlia al seguito, la bella Mari, se ne vanno a trascorrere una vacanza in un caratteristico cottage sulle rive di un lago circondato da una lussureggiante vegetazione e decisamente fuorimano.

La vacanza inizia all’insegna del volemose bene, famiglia unita , il papà medico cerca un pò di salutare lontananza dallo stress del pronto soccorso, madre e figlia sembrano intendersi, insomma tutto sembra volgere al meglio almeno fino a quando Mari conosce Page e Justin, la prima è una ragazza che fa la commessa l’altro è un timido ed impacciato ragazzo che si scoprirà far parte della banda di un certo Krug  psicopatico con un’innata indole per la violenza.

Purtroppo le due ragazze verranno attirate da Justin nelle grinfie di Krug e soci che non mancheranno di seviziare e violentare le due amiche abbandonadole moribonde nei boschi.

Il destino vuole che la gang appiedata chieda asilo proprio alla coppia di genitori di Mari che se all’inizio si dimostrano ospitali e premurosi aiutando il gruppetto di sociopatici, scoperta la vera natura dei loro ospiti e la violenza perpetrata ai danni della loro figlia, nel frattempo Mari in fin di vita ha raggiunto nottetempo il cottage, si traformeranno inaspettatamente in freddi carnefici in cerca di giustizia e vendetta.

Bel tentativo quello di riproporci in salsa moderna un classico dell’horror anni ’70, il famigerato L’ultima casa a sinistra di Wes Craven. parliamo appunto di tentativo perchè del cult di Craven in questo remake non c’è proprio nulla.

L’ultima casa a sinistra, come Le colline hanno gli occhi o Non aprite quella porta di Hooper sono pellicole figlie di una generazione e di un America diversa e distante, così la violenza fetida e fatiscente da cronaca nera narrata da Craven in mano al regista greco Denis Iliadis perde lo spessore e la cattiveria politica tipica di quegli anni, si veste da teen-horror politicamente scorretto, assume la patinatura da videoclip all’ultima moda e si dilata nei tempi e nella narrazione perdendo qualsiasi confronto con l’originale pur rispettandone appieno clichè e stereotipi.

Questa e la dimostrazione di come un  misero budget in mano ad un genio possa esaltare e dar spessore anche ad uno script esile esile e di come invece in mano alla macchina hollywoodiana odierna che esalta e spettacolarizza la violenza come atto fine a se stesso, e non stimoli invece una riflessione su quest’ultima, trasformi un piccolo cult in un palese esempio di cinema fast-food.

L’originale aveva un suo perchè ed ancora oggi  ha molto da raccontare, rimane la fotografia immaginifica di un momento storico/politico e di suggestioni figlie di un epoca e di un decennio, quello degli anni ’70, che aveva una generazione con ancora qualcosa da dire, ed oggi lo si rilegge e trasforma in un anonimo e patinato prodotto da consumare e gettar via, un’altra occasione persa.

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