Recensione: Le spiagge di Agnès

di Massimiliano Miano Commenta

Les Plages d’Agnès, fuori concorso alla 65esima Mostra internazionale del cinema di Venezia è un’originale autobiografia tra luoghi vissuti e di fantasia. All’età di ottant’anni la regista Agnès Varda decide di filmare le spiagge che ha conosciuto e frequentato. Varda racconta le età della sua vita vagabonda, piena di curiosità, di amici e il grande amore con il regista Jacques Demy scomparso nel 1990.

Di ritorno alle spiagge per l’appunto, che tanta parte hanno avuto nella sua vita, Varda inventa una sorta di cinema auto-documentario. Agnès mette in scena se stessa attraverso stralci dei suoi film, immagini e reportage. Condivide con emozione e senso dell’umorismo il suo esordio come fotografa di scena e innovativa e precoce regista, il suo femminismo, i suoi viaggi a Cuba, in Cina e negli Stati Uniti, la sua vita famigliare e quella da produttrice indipendente. Una donna libera e curiosa.

Chiamata da Jean Vilar come fotografa del Festival di Avignone. Del cinema rivediamo i primissimi frammenti, il primo cortometraggio La Pointe Courte che fu anche l’esordio al cinema di Philippe Noiret, il cortometraggio con un giovanissimo Gérard Depardieu, Cléo de 5 à 7 che la consacrò come cineasta della “Nouvelle Vague” e Senza tetto né legge che le valse il Leone d’oro a Venezia nel 1985.

Con ironia e tenerezza rende altresì omaggio a persone incontrate sul suo cammino: le attrici Jane Birkin che compare in un corto insieme a Laura Betti, Sandrine Bonnaire e Catherine Deneuve. Siamo di fronte ad un diario segreto, uno zibaldone personale rivolto a se stessa, una lettera per ricominciare, più probabilmente per concludere.

Les plages d’Agnès è niente più che un film in prima persona singolare, un vecchio album di foto e ritagli che, come spesso accade con gli album di famiglia, risultano a tratti incomprensibili e inaccessibili agli estranei che quelle emozioni racchiuse nelle foto più o meno sbiadite non le hanno vissute.

C’è solo una cosa che passa e arriva allo spettatore in sala: la tristezza e la malinconia di una donna ottantenne e sola, che compiange i familiari e gli amici più o meno prematuramente scomparsi, cercando di fissarli eternamente e renderli esistenti tramite la finzione cinematografica. Ma questo non basta alla regista franco-belga, che vorrebbe davvero riavere tutti lì, rivedere quei tempi andati e mai più tornati.

Oggi Venezia la premia con il riconoscimento “Vive la Cineasta – Glory to the Filmmaker Award”, consegnatole per l’occasione da Win Wenders, presidente della 65esima giuria festivaliera.

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