Recensione : A Tale of Two Sisters

di Enrico.Nanni Commenta

Il ritorno dopo tanto tempo alla vecchia casa rappresenta per Su-mi (Im Soo Jung) e Su-yeon (Moon Geun Young) un tuffo in un passato torbido e volutamente dimenticato, un labirinto intricatissimo dietro ogni angolo del quale pare celarsi una tremenda sorpresa.

L’atmosfera greve si respira fin dall’arrivo delle due ragazze alla casa; i dintorni di questa sono cosparsi di ricordi e di luoghi in cui rimbomba ancora l’eco del passato.

Man mano che la trama prosegue, tuttavia, la verità emerge in modo confuso. Il primo incontro con Eun-joo (Yeom Jeong-ah), la matrigna, la difficile situazione psicologica del padre Kim Kap-su (Moo-hyeon), un sopravvissuto, anch’egli reduce dagli oscuri eventi che si sono abbattuti sulla famiglia .


I quattro personaggi si muovono nella casa come su un palcoscenico, e in ogni stanza si trovano a fronteggiare un pezzo del retaggio di ciò che è avvenuto, colorato in modo netto con un colore diverso.

Le due sorelle non si separano, come se fossero l’una l’oggetto transizionale dell’altra; salgono e scendono le scale del loro passato e del loro presente tenendosi strette per mano; nello sguardo di Su Mi si riflette la fredda consapevolezza ma senza la fragilità della colpa, almeno all’inizio.

Su-Yeon è la parte fragile, la bambina, vessata da una terribile e inquietante Eun-Joo che la guarda con odio inspiegabile e severità ingiustificata; questa è una matrigna cattiva da oscar: bellissima, dal livello d’ansia insuperabile, sofferente, la cogliamo mentre guarda il rumore bianco in tv, di notte.

Tre donne ed i rapporti esistenti tra di loro, tessuti come ragnatele nella casa, e il padre che, spostando queste intricate ragnatele, si aggira querulo come un fantasma, diffondendo la sua apprensione nelle stanze della casa.

A Tale of Two Sisters (장화, 홍련 Janghwa, Hongryeon letteralmente “Rosa” e “Loto Rosso”) è un film sud-coreano del 2003 diretto da Kim Ji-woon ed è stato il primo film horror coreano ad essere proiettato nelle sale americane.

Il film è inspirato a una storia popolare della Dinastia Joseon “Janghwa Hongreyon-jon”, che è stata adattata per lo schermo svariate volte. E’ in arrivo, inevitabile, un remake americano intitolato The Uninvited con Emily Browning and Arielle Kebbel nei panni delle sorelle, e uscirà nel 2009.

Tutto si svolge in una sola inquietante location, portando all’estremo la cura per la scenografia, per il dettaglio del singolo capo d’arredamento. Lentamente, col progredire della pellicola, ogni centimetro della casa sembra essere stato teatro di qualcosa.

L’indagine psicologica affonda come una lama nella ricerca della verità intorno a ciò che trasforma le persone all’interno di un tragico contesto familiare, il cui destino è apparentemente segnato dalla tragedia e dalla maledizione. Ogni famiglia ha i suoi segreti.

Le scene “horror” non fanno quasi uso di effetti speciali, se si esclude il trucco; tutto è delegato all’inquadratura e, in modo particolare, al suono, alla musica, all’unica nota che ribatte, altissima, mentre lentamente uno spettro del passato tende laconico la mano verso di noi.

Quando ho visto A Tale of Two Sisters al cinema, durante un paio di scene, ho provato il forte impulso ad uscire dalla sala, a causa della tensione trasmessa dalle immagini e dai suoni.

L’orrore nasce dall’incapacità dell’identità di sostenere e di accettare qualcosa di insostenibile. La disgregazione funge da diffusione della responsabilità, e se gli attori del dramma sono tanti, allora se qualcosa va a finire male possiamo sempre rivolgerci a se stessi rivolgendoci agli altri, additarci nell’incoscenza dell’ additare uno specchio.

Proprio come Norman Bates di Psycho, una persona può arrivare a mandare al diavolo tutto per separarsi chirurgicamente da se stesso con una lama da 15, riuscendo a rendere viva la propria appendice, riuscendo a confondersi con essa.

L’andamento emotivo del film segue una curva esponenziale, con piccole e devastanti esplosioni di tensione, che culmina con la rivelazione della verità, che irrompe nello spettatore come una dirompente valanga emotiva.

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