Rabbit Hole, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 5

Becca ed Howie Corbett (Nicole Kidman e Aaron Eckhart) hanno da poco perso il loro bambino investito da un’automobile di fronte a casa per una tragica fatalità, un trauma che ne ha sconvolto le vite rendendoli attoniti e impotenti di fronte alla crudeltà di un destino che sembra voler divorare senza pietà tutto l’amore e l’affetto di cui un tempo erano capaci, lasciando un immenso vuoto incolmabile che sembra inghiottirne giorno dopo giorno il quotidiano.

Mentre Howie profondamente innamorato della moglie prova in tutti i modi a combattere il dolore partecipando ad un gruppo di sostegno per genitori che hanno perso figli in tenera età, Becca attraversa tappa dopo tappa tutte le fasi di una dolorosa e fisiologica elaborazione del lutto dalla negazione iniziale al riversare sugli altri la rabbia inespressa, sino a provare invidia per la sorella minore che scopre essere rimasta incinta.

Howie non ha intenzione di mollare, vuole salvare il suo matrimonio e supererà anche la tentazione di tradire Becca e condividere il proprio dolore con un’altra donna, Becca invece scoprirà un pò di conforto nell’incontrare il giovane studente che quel maledetto giorno guidava l’automobile che ha investito e ucciso il figlioletto.

Il sentimento che lega Becca e Howie però si rivelerà più forte del dolore stesso, l’amore che li unisce diventerà l’unico legame che li terrà ancorati ad una realtà che sembra diventata insopportabile, ad un vita ormai invivibile e così uniti  riusciranno, un passo alla volta ad intraprendere un percorso di consapevolezza, cercando di lenire per quanto possibile un dolore che sanno non li abbandonerà mai, ma che con il tempo potrebbe diventare perlomeno sopportabile.

Il regista John Cameron Mitchell, alla sua terza regia dopo il musicale Hedwig-La diva con qualcosa in più e il drammatico Shortbus-Dove tutto è permesso, affronta un tema irto di ostacoli emotivi come il lutto di una coppia di genitori adattando per il grande schermo una piece teatrale con cui David Lindsay-Abaire ha conquistato un Pulitzer.

Rabbit Hole esplora con un’eleganza e una delicatezza estremi una difficile elaborazione di un lutto messa in scena con un quid emotivo che lascia un segno profondo e racconta un dolore tanto forte da andare al di là dello schermo, al di là di un semplice copione.

Grazie a due protagonisti in splendida forma, la Kidman non e mai stata tanto brava, si percepisce ogni singolo input emotivo che Mitchell intende trasmettere, la regia volutamente disadorna fa un passo indietro di fronte ad un racconto che urla a squarciagola un inequivocabile dato di fatto, che nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli.

Un film a cui speriamo il doppiaggio italiano renda pienamente giustizia e che comunque andrebbe fruito in lingua originale per cogliere appieno la bravura e il coinvolgimento dell’intero cast, un film assolutamente da non perdere che siamo certi lascerà un’indelebile traccia di se.

Note di produzione: il film che vede il debutto da produttrice di Nicole Kidman è stato presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2010, nel cast compare Sandra Oh volto noto del serial Grey’s Anatomy dove interpreta la dottoressa Cristina Yang.

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