Maria Sole Sanasi d’Arpe: chi era Luigi Comencini regista

di clara Commenta

Maria Sole Sanasi d’Arpe Luigi Comencini

Maria Sole Sanasi d’Arpe accende i riflettori su Luigi Comencini, sulla sua professione di regista e sul suo talento di far parlare nei film “le facce dei bambini”.

In un appassionato articolo pubblicato su cinquantamila.it, dal titolo “Il regista-fanciullo che faceva parlare le facce dei bambini”, Maria Sole Sanasi d’Arpe racconta i passaggi più salienti raccchiusi nel libro “Davvero un bel mestiere!”, l’autobiografia – pubblicata postuma – di Luigi Comencini.

L’incipit dell’articolo svela già il legame tra Comencini e il cinema: «Le canzoni dei bassifondi, l’atmosfera di rabbia disperata, la sensualità torbida che mi aggredì…». Così Luigi Comencini descrive il proprio viscerale legame con il cinema, il suo «bisogno di farne parte» attraverso una sensibilità esasperata, le «folli fantasticherie» di una propensione naturale prestata al temperamento del suo Casanova: la sua vocazione.

Il cinema e la figura del famoso regista vanno collocati in un particolare momento storico. “Lui è un salodiano solitario – scrive Maria Sole – al quale i compagni strappavano le ghette e «che il giovedì non andava a scuola, andava al cinema», sua personale forma di trasgressione, che attenua finalmente le ansie monopolizzandone l’attenzione. È lo scenario principe nella costruzione minuziosa delle atmosfere fanciullesche di cui diviene maestro, nel quadro problematico e politicamente instabile dell’Europa del primo dopoguerra”.

Ed ecco le tappe più significative della sua attività di regista: i film, un lungo elenco, ognuno contestualizzato e ognuno con dei retroscena, alcuni noti altri meno.

Da Proibito rubare, figlio del fervido clima culturale bolognese, al lungometraggio Bambini in città, in cui tenta di «rompere quel muro di verità tradita, quel falso realismo che invadeva il cinema italiano, dalle risaie ai pescatori siciliani».

“È apprezzato all’estero – afferma Sanasi – grazie all’unica cosa vera: le facce dei ragazzini che parlavano da sole, ma non vuol fare un cinema di denuncia, piuttosto concretizzare sullo schermo «un’irrealtà che sembra vera», come definisce Mario Soldati il suo film Persiane chiuse del 1950”.

Arriva poi il successo con Pane, amore e fantasia, a seguire La finestra sul Luna Park, Tutti a casa che è stato «un film che funziona» e subito dopo La ragazza di Bube con Claudia Cardinale.

“Il regista stesso – si legge nell’articolo – evolve nella concezione di commedia in un “neorealismo rosa”: cinica, pungente, leggera ma densa di contenuti; uno spicchio di società che fa ridere e al contempo riflettere, che affronta la gravità con levità e ironia. La complessità non si tramuta bensì si traveste da semplicità, in un contrasto perpetuo tra crudezza e dolcezza. L’attenzione è sempre indirizzata al pubblico al quale egli si rivolge direttamente attraverso la cinepresa, con il fine di suscitare emozioni autentiche nello spettatore, quelle stesse emozioni da cui è ogni volta capace di attingere nuove idee”.

“Questa capacità – osserva Sanasi d’Arpe -, il dono innato della comunicazione, rende il suo modus operandi accessibile a ogni livello, seppur restando incompreso a lungo dalla maggioranza dei critici italiani, proprio come il suo bambino nel film omonimo. Film durante le cui riprese, egli avverte «una certa mescolanza tra la felicità domestica e quella che fioriva sul set» fiorentino”.

Gira Delitto d’amore con Stefania Sandrelli, Lo scopone scientifico con Sordi e Silvana Mangano, La donna della domenica con Mastroianni, con la paura di doversi fermare e la volontà sempre più forte di continuare nonostante l’avanzamento del Parkinson. “Realizza Cuore, l’adattamento del romanzo di De Amicis in sei puntate per la Rai – ci racconta Maria Sole -, ma non riesce a godere appieno del suo successo nei due anni successivi, «soffre troppo senza cinema»: ritrova energia e passione con La storia del 1984, lugubre scorcio su San Lorenzo a Roma negli anni Quaranta, tratto dal romanzo di Elsa Morante. Comencini ha settant’anni e con Gian Maria Volonté è la volta de Il ragazzo di Calabria, un successo per entrambi: «Volonté aveva corso per tutto il film e io avevo resistito alla mia malattia». Perché «forse la vita è bella anche quando è brutta»”.

L’autobiografia si chiude con l’esclamazione «Era proprio un bel mestiere!», invece il libro si chiude con l’intervista padre-figlia condotta dalla figlia Cristina, regista di fama internazionale, che ripercorre “con autenticità tutti gli aspetti inespressi della sua vita, dei suoi film, dei suoi progetti”.

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