L’ultimo imperatore, recensione

di Pietro Ferraro 3

Dopo un incipit in cui l’ex-imperatore cinese Aisin Gioro Pu Yi (John Lone) prigioniero del regime comunista in un carcere cinese tenta il suicidio, si torna alle origini del suo impero, agli inizi del novecento tra intrighi di palazzo e scontri a corte per la successione e il piccolo principe Pu Yi che a otto anni varca la soglia della Città proibita, pronto a colmare un vuoto di potere che rischia di trasformarsi in una sanguinosa faiida, incoronato imperatore dei diecimila anni vivrà completamente isolato nel suo palazzo circondato dalla sua corte che approfitterà della sua tenera età per regnare al suo posto.

Con un salto in avanti si torna al 1950, di nuovo in carcere, salvato in extremis, Pu Yi viene messo in cella con il fratello minore e i ricordi prendono di nuovo il sopravvento, stavolta vedremo l’impero cinese collassare, divenire una repubblica e l’imperatore, ormai figura retorica e senza alvun potere, isolarsi sempre più tra le mura della Città proibita ultimo baluardo del suo status reale.

Un libro letto nella cella è l’occasione per Pu Yi di tornare ad un momento particolarmente stimolante della sua vita, e di ricordare una figura basilare nella sua crescita, il precettore scozzese Reginald Flaming Johnston (Peter O’Toole) che gli permetterà di esprimere la sua parte meno istituzionale, ed il ragazzo in cerca di una libertà che sa di poter solo sognare.

A questo ricordo farà seguito un umiliante interrogatorio, l’accusa di collaborazionismo con i giapponesi, la seconda guerra mondiale e la rieducazione filocomunista, l’avvento di Mao, la violenza del regime e la vecchiaia e morte di Pu Yi, avvenuta da comune cittadino della repubblica popolare cinese nel 1967.

Monumentale e sontuosa biopic storica per un Bernardo Bertolucci convenzionale ma incisivo, quasi didattico nel resoconto biografico di una vita ricca di riferimenti culturali e politici, che si rivela suggestivo veicolo per raccontare l’evoluzione-involuzione di un paese frammentato in cerca di un’identità, ma indissolubilmente legato alla sue millenarie tradizioni.

Bertolucci sfida lo spettatore con un voluminoso racconto che grazie a dei flashback ci porta dalla sontuosa Cina imperiale alla Cina comunista di Mao, nel mezzo intrighi di palazzo, un imperatore più simbolo che autorità, e una messinscena incredibile per realismo e ricchezza.

Per chi non si spaventa davanti ai kolossal storici in costume e ne vuole ammirare uno girato con i crismi di un tempo, senza l’apporto di escamotage tecnologici, L’ultimo imperatore è l’occasione giusta per rispolverare un grande cult d’autore, che nel lontano 1987 si  guadagnò ben 9 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, 3 BAFTA, 4 Golden Globe, 9 David di Donatello, 4 Nastri d’Argento e tanto per non farsi mancare nulla un bel César come miglior film straniero.

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