La terra: recensione

di Pietro Ferraro 3

Luigi (Fabrizio Bentivoglio) torna a casa, nella sua terra natia, quella Puglia da cui era fuggito anni prima, da una città ed un padre-padrone che ne soffocavano la libertà, il ritorno è carico di suggestioni e strane rimembranze ricche di ricordi e cattivi presagi.

Laureatosi in filosofia e diventato insegnante, Luigi riprenderà il contatto con le proprie radici, con il fratello Michele (Emilio Solfrizzi), un mediocre con l’ambizione di un re,  impegnato a farsi strada nella politica che sembra rivelarsi il suo habitat naturale, ed Aldo (Massimo Venturiello)), l’altro fratello, quello idealista, eterno studente che vive nel passato pensando di poter cambiare il futuro,

Luigi avrà l’ingrato compito di convicere il fratellastro Aldo (Paolo Briguglia) , un tipo burbero dall’indole violenta a vendere una vecchia masseria abbandonata proprietà di famiglia, per poter coprire alcuni debiti contratti col mellifluo Tonino (Sergio Rubini), strozzino senza scrupoli, ma quest’ultimo durante una processione viene ucciso…

Rubini prosegue la sua ricerca personale di un’impronta registica propria, una strada non facile inaugurata nel 1990 coin La stazione, non priva di fisiologiche cadue, come nel casodi questo La terra, che se vivisivamente ci regala un Rubini maturo e con una gran voglia di farci assaporare colori e sapori ella sua Puglia, a livello di sceneggiatura sorgono ancora grosse falle e una certa mancanza di solidità che un film cosi ricco di talenti richiedeva.

Il film funziona a corrente alternata, i personaggi, Fabrizio Bentivoglio a parte, risultano poco efficaci e mancanti dello spessore necessario a ritagliarsi un propria indipendenza attoriale, Rubini sembra non voler approfondire troppo, non scavare, lasciandosi ammaliare da una ricercatezza stilistica che lo premia come regista ma non come narratore di varia umanità.

Il film diventa un thriller sui generis, dove il colpevole si costituisce agli spettatori nei primi minuti e tutto il resto del film è una ricerca del dettaglio che perde cosi molto di efficacia. Un Rubini che subisce un empasse notevole, ma che comunque alla fine dei conti afascina gli occhi con la sua Puglia raccontata col cuore e con una certa malinconia da ritrovato figliol prodigo.

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