Il Marchese del Grillo, recensione

di Pietro Ferraro 4

Il marchese del grillo

Nella Roma papalina il Marchese del Grillo (Alberto Sordi) crea scompensi alla sua famigla austera ed autoritaria con un comportamento irriverente e beffardo, dedito all’ozio e ad una buona dose di vizi, il Marchese passa le sue giornate tra bevute e partite a carte in bettole e osterie, qualche incursione notturna nel letto di qualche bella popolana, nonchè l’immancabile burla quotidiana ai danni di poveri e subalterni.

Poi un bel giorno Onofrio incontra casualmente in una bettola e completamente sbronzo il carbonaio Gasperino, che si rivelerà essere un suo sosia perfetto, come resistere allo scherzo del secolo, ripulito e vestito di tutto punto l’ignaro popolano si ritroverà nel letto del Marchese pronto a sostituirlo, mentre quest’ultimo se ne starà in disparte a godersi le esilaranti situazioni che Gasperino inevitabilmente creerà in famiglia.

Mario Monicelli uno dei padri della commedia all’italiana grazie ad Alberto Sordi porta sullo schermo un altro anarchico e cinico personaggio che si va ad unire alla lunga schiera di cattivi partorita dal geniale regista, anche se Sordi con la sua performance riesce a smussare, come è sua peculiarità, la parte meno nobile e gradevole del personaggio rendendolo oltremodo godibile.

Tolta la sontuosa messinscena, la performance di Sordi sempre memorabile, e tutta una serie di goliardiche cialtronerie, resta un sarcasmo ed un’intrigante  cattiveria di fondo che la maschera di Sordi riesce molto bene a rappresentare, tra arrroganza e voglia di vivere, il Marchese sbeffeggia l’autorità, la famiglia e qualche volta se stesso, mostrando il potere e la ricchezza in una veste buffonesca, ma oltremodo realistica nel suo essere tanto supponente quanto piaciona.

Il Marchese del Grillo resta una grande prova d’attore, un one man show in costume che Monicelli allestisce al meglio, miscelando i suoi tipici contenuti ben poco accomodanti, con una figura che non può non rimanere nel cuore dello spettatore. e nel paradosso Il Marchese Onofrio con la sua nobile trivialità e con il suo dialetto romanesco mai parco di coloriti contrappunti, diventa una maschera amata ed acclamata dal popolo/spettatore, lo stesso popolo che in una memorabile frase egli definisce come nullità.

Commenti (4)

  1. scusate ma la recensione?

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