Il gioiellino, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 1

Vita, morte e falsi miracoli della Leda, società agro-alimentare fondata dall’ambizioso Amanzio Rastelli capace di portare la sua azienda ad espandersi globalmente e a fruire di una quotazione in borsa sorretta però da impalcature amministrative ed economiche tanto fallaci quanto fasulle, figlie di sin troppo palesate incapacità manageriali di uno staff non preparato, reclutato tra parenti e protetti ed un bisogno di mostrare introiti e una crescita esponenziale all’altezza, gonfiando di contro bilanci e puntando alla truffa sistematica e alla sin troppo applicata finanza creativa.

Più si tenta di coprire l’inesorabile inabissarsi della società nei debiti gonfiando vendite e contando sulla protezione di politici e sui soldi di ignari risparmiatori bruciandone inesorabilmente gli investimenti di una vita, più si insinua una sorta di caotica egomania che porta a spingere la situazione verso un’inevitabile punto di rottura, trovandosi alla fine a fronteggiare la distruzione di un’azienda prestigiosa e di un marchio rappresentante del made in Italy nel mondo, e così Rastelli e compagnia di furbetti del quartierino ante-litteram trascinano con se, come il folle capitano di un titanic societario ormai al tracollo famiglie, investitori e inconsapevoli risparmiatori, questi ultimi le vere vittime di un naufragio tanto annunciato quanto sottaciuto.

A quattro anni dal memorabile La ragazza del lago il regista Andrea Molaioli torna dietro la macchina da presa per raccontare una delle pagine più vergognose della cronaca finanziaria italiana, il famigerato crack della Parmalat che ha lasciato sul campo innumerevoli vittime innocenti.

Molaioli ha i suoi tempi, i suoi ritmi, il suo transitare attraverso una narrazione che sembra l’antitesi del cinema odierno spesso sin troppo urlato e anche stavolta nell’affrontare la cronaca di un altro crimine, stavolta perpetrato da una gang di colletti bianchi che speculano da dietro scrivanie in lussuosi uffici, lo fa con notevole classe  supportato da un Toni Servillo tanto talentuoso e carismatico da non subire, almeno per il momento, gli effetti collaterali di una sovraesposizione da grande schermo che in questi ultimi anni l’ha visto dominatore incontrastato di un cinema italiano di alto profilo, che lo ha spesso reso protagonista di maschere memorabili capaci di raccontare un’Italia meno accomodante e più ambigua di quella da volemose bene di tanta nuova o presunta tale commedia all’italiana.

Il gioiellino è un cinema pensato, metabolizzato e vissuto all’interno di meccanismi che Molaioli ha nel proprio DNA cinematografico, chi ha apprezzato La ragazza del lago troverà nuovamente uno stile gradevolmente familiare e chi invece vuole approfondire un caso di cronaca che ha fatto il giro del mondo esplorandone le molteplici e spesso trascurate sfaccettature emotive troverà la chiave di lettura più consona. In ultimo due parole per la bella colonna sonora di Teho Teardo di cui speriamo presto di occuparci e per la notevole prova di Remo Girone, attorialmente opposta all’istrionico Servillo, ma non per questo meno incisiva.

Note di produzione: Toni Servillo era anche il protagonista nell’esordio di Molaioli La ragazza del lago, con il regista ha collaborato alla sceneggiatura anche il gionalista Gabriele Romagnoli autore di script per le fiction Distretto di polizia e Uno bianca, nel cast l’attrice di origine inglese Sarah Felberbaum (Maschi contro femmine), Renato Carpentieri (Asini) e Lisa Galantini (Giorni e nuvole), il compositore Teho Teardo ha realizzato colonne sonore per La ragazza del lago, Il divo e Lezioni di cioccolato.

Commenti (1)

  1. Un film di cui non si sentiva la necessità. Superficiale lo snodarsi della vicenda che attraversa un decennio ma nessuno pare accorgersene. Irritante il tratteggio dei protagonisti che, alla fine, ne escono quasi assolti, come se fossero vittime di un destino ineluttabile. Anche la comparsata del presidente del consiglio Berlusconi con la sua biblioteca di libri finti acquista un sapore falso e stucchevole. Resta un buon ritmo cinematografico e buone intepretazioni di Remo Girone e di una intensa Felberbaum. Servillo invece a livello caricaturale. Insomma un’occasione persa per tutti.

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