Dieci inverni, recensione

di Pietro Ferraro 2

 1999, Due studenti Camilla (Isabella Ragonese) e Silvestro (Michele Riondino) in quel di Venezia incrociano i loro sguardi su di un vaporetto,  lei timida e graziosa, lui all’apprenza molto sicuro di sè, una volta rotto il ghiaccio lui decide di seguirla passando con lei una rivelatoria e castissima notte fatta di frasi non dette e sguardi sin troppo eloquenti.

Inizierà cosi una lunga storia d’amore come cantava Gino Paoli, ma a distanza e senza che i due riescano mai a trasformarla in qualcosa di concreto, perchè la vita, o se preferite il destino li porterà sempre ad un passo l’uno dall’altra, rendendoli consapevoli, ma non troppo del loro sentimento che invece che scemare, nonostante gli ostacoli del cuore, sembrerà rafforzarsi.

Così attraverso dieci anni e dieci inverni i loro cuori terranno bene al caldo un sentimento solo all’apparenza fugace, ma pronto invece a superare qualsiasi difficoltà perchè allevato con costanza e accompagnato verso una prinamvera metaforicamente liberatoria, in cui potrà sbocciare e diventare anche altro.

Delicata opera prima all’insegna dell’amore e del romanticismo mai smielato per il regista esordiente Valerio Mieli, che ci regala un film dotato di  un garbo davvero gratificante per chi assiste alle sue poetiche transizioni attraverso acquerelli invernali ricchi di consistenza e popolati da due protagonisti credibili e intensi.

Un film le cui ingenuità e i difetti tipici delle opere prime sono solo un ulteriore aiuto a non cadere nella retorica da cioccolatino, evitando di fare il verso ai romance di sempre, ma cercando di raccontare una storia squisitamente cinematografica, grazie a suggestive location, mai sfondi da cartolina, ma vere e prorie partiture emotive che sottolineano con efficacia, di volta in volta, le emozioni e le contraddizioni di un amore in lento divenire.

Dieci inverni a fine visione lascia un gradevole senso di soddifazione, sia per un regista che non ha voluto strafare e non si è lasciato tentare troppo dai clichè di un genere che vive di emozioni e frasi fatte, sià perchè il film dimostra una pregevole impronta visiva di un cineasta che conosce bene, e quindi sa ben utilizzare, l’impatto emotivo e rafforzativo che può regalare una location scelta e immortalata con la dovuta cura in un racconto parco di facezie e dai toni sommessi.

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