American History X, recensione

di Pietro Ferraro 2

Derek (Edward Norton) si è cibato di odio e xenofobia, ed è cresciuto all’ombra del simbolismo nazista inculcatogli da una sorta di movimento politico deviato, il cui leader utilizza ragazzi problematici e sbandati per piantare il seme dell’odio e dell’intolleranza razziale.

Danny (Edward Furlong) è il fratello di Derek, cresciuto con l’esempio dell’amato fratello idealizzato e messo su di un piedistallo, e nel momento in cui Derek finisce in carcere per un furto d’auto ai suoi danni finito in tragedia, Danny ne prende idealmente il posto all’interno dell’organizzazione respirando la stessa aria malsana e la stessa follia che a suo tempo accecò l’ingenuo fratello.

Derek uscito di prigione sembra profondamente cambiato, anche se Danny in cuor suo non vuole crederci, lui ai suoi occhi è un eroe, un patriota, un americano puro da imitare, la realtà è che Derek in carcere ha conosciuto la realtà di un ambiente distorto e la mostruosa consistenza del suo credo, così una volta uscito, ha intenzione di intraprendere un percorso di redenzione e riscatto per se stesso e la propria famiglia, una scelta che però avrà un prezzo troppo alto da pagare.

Lo sguardo vitale dell’esordiente Tony Kaye, regista inglese esperto di spot pubblicitari, dona ad American History X una credibilità ed una forza di rara efficacia, certamente lo schermo trasuda delle realistiche performance dei due giovani protagonisti, Norton trasformato fisicamente è monumentale, Furlong, coe peraltro il collega Giobanni Ribisi, ormai imprigionato in ruoli tormentati e borderline, qui sfoggia tutto il suo efficace repertorio contribuendo a trasformare la pellicola di Kaye in un violento pugno nello stomaco dello spettatore che non può rimanere indenne da tanta concretezza emotiva.

American History X si guadagna senza riserve il titolo di cult-movie, nonostante la pellicola non sia priva dei difetti tipici e fisiologici di un’opera prima, difetti che però sono anche il tratto distintivo delle migliori e più coinvolgenti opere d’arte, un genuino bisogno di comunicare con lo spettatore e la forza delle immagini e delle emozioni, messe in gioco senza paura di scontentare alcuno, critici compresi.

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