127 Ore, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 4

Aron Ralston (James Franco) è un appassionato di arrampicata, ama affrontare percorsi accidentati e pareti montane piuttosto perigliose e lo fa spesso in solitaria, per allontarsi dal caos cittadino e riprendere di quando in quando il contatto con la natura e se stesso, proiettato verso sfide sempre nuove e per quanto possibile sconosciute.

E’ in una di questi sue incursioni in solitaria, in un vallata percorsa da canyon rocciosi nello Utah, che Aron si ritrova bloccato da un masso all’interno di uno stretto cunicolo di roccia, impossibilitato a muoversi a causa della mano destra incastrata tra masso e parete del crepaccio, inizierà per lui dopo un paio di giorni di lucidità e vani tentativi di liberarsi una lenta agonia che lo costringerà al quinto giorno ad amputarsi con un taglierino l’avambraccio destro, riuscendo a fermare l’emorragia il tempo necessario a raggiungere l’esterno e a trovare soccorso.

Il regista Danny Boyle dopo i fasti da Oscar del suo The Millionaire e aver rifiutato un episodio di James Bond decide di dedicarsi ad un piccolo film tratto da una storia vera, che a conti fatti ha rappresentato forse la sua più grande sfida, ambientare quasi 90 minuti di girato all’interno di un angusto crepaccio, supportato da un James Franco da Oscar e da un mestiere che traspare da ogni singola inquadratura e racconta di una capacità tecnica davvero impressionante.

Con 127 Ore la sfida di Boyle è vinta su tutti i fronti, la sua tipica regia dinamica che sembra concentrarsi tutta nei minuti iniziali, non perde colpi una volta costretta in una staticità solo presunta visto che si rivela invece di un dinamismo estremo, quasi esasperato. Boyle esplora e ci mostra ogni anfratto di  quella che poteva trasformarsi per il protagonista in una silenziosa tomba di roccia e che invece diventa uno nuovo punto di partenza, un rabbioso ed urlato slancio verso la vita.

Mentre natura e destino si contendono la vita di un solitario per scelta, James Franco ci regala una strepitosa performance mostrandoci l’entusiasmo della nuova sfida, la disperazione della morte incombente, la gioia della rinascita e novanta  minuti di grande intensità che non mancano di sfidare lo spettatore più sensibile con sequenze come quella dell’amputazione, forse troppo esibita, ma nel contesto del racconto funzionale e necessario contrappunto per i successivi ultimi minuti che toccano davvero il cuore.

Nelle sale dal 25 febbraio 2011

Note di produzione: la sceneggiatura è basata sul libro di Ralston Between a Rock and a Hard Place. le sorprendenti musiche del film sono di A.R. Rahman, lo stesso della colonna sonora di The Millionaire con la quale il compositore indiano ha vinto due Oscar, per dare ulteriore dinamicità visiva alla pellicola Boyle ha voluto due direttori della fotografia, durante le anteprime nei vari festival si sono segnalati malori tra il pubblico a causa della crudezza di alcune sequenze.

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