Un americano a Roma, recensione

di Pietro Ferraro Commenta

In Italia è appena terminata la seconda guerra mondiale e l’incubo nazi-fascista, si raccolgono i pezzi, ci si rimboccano le maniche e si ricomincia a vivere e a rìcostruire. Gli americani sono sbarcati e hanno portato con loro divi di Hollywood, rock’n’roll e sogni di libertà.

In questa cornice facciamo la conoscienza di Nando Mericoni (Alberto Sordi), è in cima al Colosseo, sembra intenzionato a suicidarsi e parla uno strano e maccheronico italo-americano fatto in casa, parla di America, del Kansas, e di una malattia che gli avrebbe impedito di realizzare il suo personale sogno americano, arriva il padre che disperato cerca di convincerlo a scendere.

Così facciamo un passo indietro, all’inizio della storia e assistiamo al tentativo di americanizzazione di famiglia, amici e compagni di lavoro da parte dell’esagitato ed euforico Nando, che si fingerà poliziotto del Kansas, ballerino di Broadway, inventerà improbabili e immangiabili ricette americane e finirà in un campo di prigionia scambiato per una spia degli americani. Riuscirà alla fine ad  esaudire il suo desiderio, diventare cittadino di Kansas City?

Steno dirige un alberto Sordi incontenibile, un personaggio/macchietta che rimarrà negli annali della commedia italiana, un simpatico e truffaldino fannullone  in cerca di un sogno americano post-bellico all’amatriciana.

Il personaggio di Nando Mericoni, italiano di Kansas City, viene ripreso da uno degli episodi del film Un giorno in pretura, il successo e gli apprezzamenti sono tali che Nando Mericoni ha bisogno di un palcoscenico e di una storia tutti suoi e così lo stesso anno viene girato Un americano a Roma.

Incredibile la carica comica di questo film dopo tanti anni, perfetto nei tempi e assolutamente attuale nell’estremizzare un certo americanismo latente presente ancora oggi. Che altro aggiungere se non che il film è un cult di sempre e per molti versi irraggiungibile per spontaneità ed efficacia.

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