Sucker Punch, recensione

di Pietro Ferraro 2

Siamo alla fine degli anni ’50 e assistiamo alle tragiche vicissitudini di due sorelle che alla morte della madre ereditano tutti i suoi averi e per questo vengono minacciate e vessate dal loro laido patrigno che durante una notte, accecato dai fumi dell’alcol tenta di molestare la più piccola finendo per causarne la morte, scatenando di contro la reazione rabbiosa della sorella maggiore (Emily Browning) che impugnata un’arma lo minaccerà di morte finendo per questo in un istituto psichiatrico con l’accusa di aver ucciso la sorella.

Il patrigno sa che l’unico modo per mettere le mani sull’eredità e nascondere la verità sull’accaduto è quello di far tacere per sempre la figliastra e così corrotto un infermiere dell’istituto dove è internata la ragazza, predispone che su di lei venga eseguita di li a pochi giorni una lobotomia così da cancellarne per sempre volontà e memoria.

L’unico modo per la giovane di sfuggire alla mostruosità che sta per subire tra le pareti di quel tetro coacervo di follia è una fuga dalla realtà che la trasformerà nella letale guerriera Babydoll, così reclutate altre quattro pazienti comincerà a pianificare un’evasione che la porterà ad esplorare incredibili e spaventose realtà alternative dove la sua volontà sarà l’arma con cui conquistare gli strumenti necessari a guadagnare la libertà prima che sia troppo tardi.

Come accade spesso a registi come Zack Snyder che utilizzano immagini e musica come elementi primari per trasmettere suggestioni allo spettatore, se non sfoggiano pedigree cinefili e pellicole criptiche diventano oggetto di un reiterato snobbismo da chi pensa al cinema come un’unica dimensione intellettualoide dove tutto va analizzato, scomposto e letto con canoni che prescindono da creatività ed emozioni, imbrigliando quella che è prima di tutto espressione artistica che si ciba di emotività e come tale esula da un certo scolastico didattismo.

Con Sucker Punch il regista Zack Snyder punta dritto alla pancia dello spettatore, come fece a suo tempo con 300, non si agita nel vuoto pneumatico cercando di darsi un tono, vive di suggestioni potenti che nascono da un immaginifico ricco e complesso che certamente non riesce sempre a trovare una chiave di espressione universale che riesca a parlare a tutti, anzi in questo caso Snyder si rivolge ad un target di pubblico ben preciso cresciuto a manga, videoclip e sparatutto e la cosa divertente è vedere chi non ha mai esplorato, vissuto e cannibalizzato questi tre elementi fondamentali, annaspare alla ricerca di un filo logico in realtà alternative dove la distruzione di massa ha il linguaggio della fantasia più sfrenata, mai inibita da cervellotiche digressioni fini a se stesse e a sprazzi carica di una fanciullesca ingenuità non accessibile a tutti, proprio come i mondi in cui si rifugia la graziosa e letale protagonista della pellicola.

Trama, scavo dei personaggi tutto è relativo nel testosteronico mondo virtuale di Snyder, la donna è senza alcun dubbio una proiezione al maschile ma non dimentica di testimoniare abusi e violenza e così si passa da un quadro all’altro tra spettacolari scenografie virtuali, sparatorie e convulsi corpo a corpo, l’adrenalina dell’uso chirurgico di una katana su un’orda di robot piuttosto che lo smodato uso di rallenti e musica si fanno potenti ad ogni incursione del quintetto in un universo che pesca a piene mani da fumetti, viderogames, letteratura e cinema di genere, siamo certi che chi è cresciuto a pane e picchiaduro riuscirà più di altri a ritrovarsi in un labirinto di riferimenti non semplici da metabolizzare.

La cosa più sbagliata e pretenziosa e il cercare di razionalizzare il selvaggio, muscolare e caotico immaginario di Snyder, meno semplicistico di quel che si vuol far credere e negare lo spessore di questo suo tetro ed iperviolento Alice nel paese delle meraviglie significa solo non avere, metaforicamente parlando, sufficienti elementi a confutazione, il consiglio spassionato per chi non ha mai tenuto un joypad in mano, ha odiato 300, non pensa che anche un videoclip musicale possa rappresentare una valida forma d’espressione artistica e non si è mai minimamente accostato al modo dell’animazione giapponese e dei fumetti di sintonizzarsi altrove, perchè su questo canale purtroppo non c’è nulla di interessante.

Note di produzione: la cover di Sweet Dreams degli Eurythmics che si ascolta nell’incipit del film è interpretata dalla protagonista Emily Browning, nel cast anche la teen-star di High School Musical Vanessa Hudgens, Jon Hamm protagonista del televisivo Mad Men e Jamie Chung vista nella serie tv Samurai Girl, le cinque cineguerriere hanno seguito un training con i Navy Seal, nella colonna sonora ufficiale brani dei Queen, Skunk Anansie e Björk.

Commenti (2)

  1. Un film veramente godibile!
    Ip

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