Programmato per uccidere, recensione

di Pietro Ferraro 3

John Hatcher (Steven Seagal) è un agente della DEA in crisi d’identità, dopo una disastrosa missione colombiana dove l’agente ha perso un amico e fatto strage di narcotrafficanti, Hatcher combatte con la sua coscienza, non sapendo più da che parte è la giustizia, e se ancora vale la pena combattere un’infinita guerra che sembra persa in partenza.

Per raccogliere le idee non c’è niente di meglio di un ritorno all’ovile, così Hatcher se ne torna nella sua Chicago e nel suo vecchio quartiere, dove ritrova la sua famiglia e un vecchio amico ora allenatore di football in un liceo.

Durante una serata tra amici in un bar, Hatcher si ritrova nel bel mezzo di una sparatoria con alcuni spacciatori capeggiati dallo scagnozzo di un potente boss locale, il giamaicano Screwface. Hatcher arresta lo scagnozzo e lo sbatte in prigione, segue immediata ritorsione sulla famiglia dell’agente.

Hatcher vorrebbe porre rimedio al fiume di droga e al  terrore che Screwface somministra qutidianamente nel quartiere mettendo in campo la sua esperienza, ma quando salva la sorella in extremis da un vero e proprio assalto alla sua casa, capisce che l’unico modo per chiudere definitivamente i conti con la banda giamaicana è scovare, affrontare ed eliminare il famigerato Screwface.

Programmato per uccidere è il terzo film di Steven Seagal, girato lo stesso anno di Duro da uccidere, film in cui lavorava al fianco dell’allora consorte l’attrice e modella Kelly LeBrock, anche qui l’innesco narrativo è sempre la vendetta e infatti  il revenge- movie prende ben presto il sopravvento  nello script dall’incipit poliziesco, tratto ricorrente di quasi tutta la filmografia anni ’90 di Seagal.

In questo film si comincia già a palesare la ripetitività di un copione che verrà riproposto ad oltranza sino alla saturazione dello spettatore medio, per passare poi agli irriducibili da action, sino al prevedibile oblio del direct-to-video, percorso lastricato di buone intenzioni, ma anche di film inesorabilmente minati dalle limitate capacità espressive dell’attore, che nonostante un innegabile carisma da divo, non poteva che finire incastrato nel suo personaggio di duro ad oltranza.

In questo film il veterano Dwight H. little (Drago d’acciaio) fa il suo dovere, ma il Seagal-pensiero comincia inevitabilmente a mostrare la corda, complice anche uno script non propriamente coinvolgente, nonostante abbia nelle atmosfere dark un innegabile punto di forza.

Andrà meglio con i successivi Giustizia a tutti i costi e Trappola in alto mare, sicuramente superiori, insieme al contemporaneo Duro da uccidere, a questa pellicola che comunque afodera le canoniche, brutali e coinvolgenti coreografie e una buona atmosfera che cerca volenterosamente di inserire elementi-thriller nello script, insomma non il miglior Seagal, ma sicuramente non il peggiore,

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