Mission impossible 3: recensione

di Pietro Ferraro 7

L’agente segreto Ethan Hunt (Tom Cruise) ha lasciato le missioni operative, ora lavora come addestratore delle nuove reclute dell’IMF (Mission Impossible Force), ora la sua unica preoccupazione è rendere felice la sua compagna, una bella infermiera e tenere ben nascosta la vera natura del suo lavoro.

Durante la festa di fidanzamento di Hunt, l’agenzia gli chiede di partecipare ad un’ultima missione per recuperare una recluta da lui stesso addestrata, l’agente Lindsay Farris (Keri Russell) caduta nelle mani del nemico in quel di Berlino ed in possesso di informazioni vitali per l’agenzia.

Hunt, sentendosi in parte responsabile della sua allieva, accetta, ma qualcosa va storto, la missione è un fallimento, dopo uno scontro a fuoco e una fortunosa fuga, la giovane agente muore tra le braccia di Hunt rivelandogli prima di morire che c’è una falla nell’IMF.

Hunt decide di scoprire la fantomatica talpa contro gli ordini del  caposezione Brassel (Laurence Fishburne), quindi onde evitare che quest’ultimo ne blocchi qualsiasi iniziativa Hunt organizza in solitario una squadra e seguendo gli indizi lasciati dall’amica uccisa arriva ad un misteriosa e potentissima organizzazione criminale capeggiata dal mellifluo Owen Davlan (Philip Seymour Hoffman), miliardario e filantropo con più di qualche scheletro nell’armadio.

Tom Cruise affronta la sua terza missione impossibile con una discreta verve ed un entusiamo notevoli, dopo la tesa spy- story vecchio syile di De Palma e la versione ipercinetica del re dell’action made in Hong Kong John Woo, Cruise produce e sceglie un regista dallo stile che si pone a mezzavia tra quelli succitati.

Chi meglio di J.J. Abrams poteva dirigere la terza puntata della serie che in parte ha ispirato il suo serial cult Alias? Infatti il look è il ritmo è quello, se dobbiamo essere sinceri questa terza parte si dimostra la più debole, forse perchè la serie mostra la corda, o forse perche Abrams, qui al suo primo lungometraggio per il cinema, mostra qualche difficoltà a spalmare la sua impronta tipicamente televisiva su un prodotto concepito per il grande schermo.

Nonostante ciò i punti a favore di quest’operazione sono abbastanza per renderla sufficientemente godibile a partire dal villain di lusso Philip Seymour Hoffman ed uno stile che omaggia l’omaggio, Abrams cita i capitoli precedenti, se stesso ed il suo Alias che a sua volta omaggia la serie tv originale, in un divertente cortocircuito che però non sempre colpisce nel segno.

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