Il segreto dei suoi occhi, recensione

di Pietro Ferraro 8

Benjamin Esposito (Ricardo Darin) è un funzionario del tribunale di Buenos Aires ormai in pensione, la sua vita è scandita da una quotidianità che porta il peso indelebile di un omicidio rimasto irrisolto e che che lo vedeva impegnato nelle indagini 25 anni prima nel pieno della sua carriera, il brutale strupro ed omicidio di una giovane donna, il cui corpo nudo, devastato ed esanime è come un tarlo che scava senza sosta da anni nella memoria del’uomo.

Come in una sorta di cercata catarsi e nel tentativo di liberarsi da quell’ossessione Esposito decide di scrivere un libro che abbia come soggetto proprio quell’omicidio e quel caso forse troppo frettolosamente archiviato, ripercorrerne le fasi investigative ora,  a distanza di anni servirà a guardare i fatti da una diversa e più obiettiva prospettiva, e magari lenire parte dei rimpianti che lo accompagnano come un fardello ora che ha imboccato il viale dei ricordi senza possibilità alcuna di tornare indietro, rimpianti come la bella Irene (Soledad Villamin), collega di lavoro amata in silenzio.

Sbarca finalmente nelle sale nostrane l’unica vera sorpresa degli Oscar di quest’anno, il dramma Il segreto dei suoi occhi dell’argentino Juan Josè Campanella che si accaparra contro ogni previsione la statuetta come miglior film straniero, scalzando due solidi concorrenti come Il nastro bianco di Michael Haneke e il sorprendente Il profeta di Jacques Audiard.

il film di Campanella non ha nulla di sorprendente ne tantomeno spiazzante, ma possiede una solidità e uno spessore visivo che capiamo possa aver incontrato i gusti dell’Academy che lo scorso anno hanno premiato lo splendido Departures, attori carismatici, uno script solido, un finale da manuale e una messinscena a suo modo convenzionale, certamente più rassicurante dell’ambigua violenza esplorata da Haneke ed Audiard.

Campanella utilizza i generi in maniera impeccabile, passando dal melò al poliziesco, non disdegnando suggestioni noir e scene forti, che restano però sempre di un’eleganza stilistica notevole. Impossibile non apprezzare la compiutezza del lavoro svolto, la regia asciutta, ma capace di notevoli guizzi, il montaggio che rende le transizioni da flashback praticamente indolori, un Oscar meritato appieno per un film che mette su schermo tutto il necessario per due ore di ottimo cinema.

Commenti (8)

  1. Concordo largamente con quanto è scritto nella scheda . Non sapevo che il film fosse stato premiato con l’Oscar per il miglior film straniero , non ho visto i film di Haneke e Audiard ma penso , da quel poco che ho visto e letto, che possano avere un impatto molto più forte sullo spettatore ( non solo per i temi trattati). Comunque “Il segreto dei suoi occhi” ha un impianto abbastanza “classico”, effettivamente solido, delle interpretazioni accattivanti ( soprattutto quella di Darìn, il funzionario, e di Francella, il suo collaboratore geniale e alcolizzato) e, accanto al tema romantico dell’amore che non passa mai, propone anche altri spunti: quello politico e sociale ( con l’intreccio tra violenza politica e criminalità), quello giudiziario, al limite della speculazione filosofica ( quale potrebbe essere la pena più “giusta” per un delitto? la pena di morte o l’ergastolo?) , quello della passione come elemento fondante della vita che (senza dire di più per non rivelare troppo dell’intreccio del film) è l’elemento attraverso il quale l’amico e collaboratore Sandoval riesce, in una situazione che sembra irrisolvibile, a scovare il presunto colpevole. A scovarlo materialmente , perché già prima è il funzionario Esposito a scoprirne l’identità partendo da una pista a cui nessuno darebbe credito: uno sguardo …

  2. Abbiamo visto “ Il segreto dei suoi occhi “ regia di Juan Josè Campanella.
    Basato sul romanzo dello scrittore quarantenne Eduardo Sacheri ( “ La pregunta de sus ojos “ 2005 ), vincitore del Premio Oscar 2010 come miglior film straniero ( ha battuto sorprendentemente “ Il nastro Bianco “ di Haneke e il “ Profeta “ di Audiard ) e del Goya per il miglior film straniero in lingua spagnola, arriva in questi giorni nelle sale, un po’ in sordina questo film dall’impostazione un po’ ‘ antica ‘ ( L’inizio ci ha ricordato belle inquadrature degli anni Sessanta e Settanta ), dal plot molto interessante anche se a volte un po’ incongruente, ma con dei giochi e dei rimandi capovolti riusciti ( il collega del protagonista Pablo Sandoval (Guillermo Francella) svagato e alcolizzato che svela il carattere degli uomini, il groviglio del giallo e che alla fine preferisce morire al posto dell’altro perché consapevole dell’orrore in arrivo ) e dalle molte domande importanti che hanno solo in parte ricevuto risposte compiute. Il rapporto tra passato e presente, tra giustizia e legge, tra amori possibili e negati, tra amicizia e corresponsabilità, tra l’accettazione del reale e l’impossibilità di sostenerlo. Ma anche tematiche più ambiziose come riflettere sulle scelte mancate, sui ricordi (e i ricordi dei ricordi) e forse sulla difficoltà di un Paese di elaborare il proprio passato per superarlo. Nel romanzo tutto questo si regge compiutamente, nello script – pur abbastanza compatto e solido – scricchiola qui e là non rendendo esplicita l’impossibilità del protagonista a dichiarare un amore condiviso, al punto che ha bisogno di venticinque anni per rendersi consapevole del vuoto che ha voluto intorno -. Comunque questo crime-story infarcito di “ politica “ è ben dosato e anche le incongruenze pesano poco in favore della suspence. Il film ha anche momenti molto ben costruiti come lo scoprire attraverso lettere apparentemente banali e anonime il l’humus e non solo caratteriale in cui si può trovare l’assassino ( siamo i luoghi che frequentiamo… non possiamo tradire le passioni ), la scena allo stadio ( in puro stile hollyvoodiano, nella migliore delle diciture ) e, per sintesi, la scena dell’ascensore: silenziosa e perfetta.
    Benjamin Esposito ( un sempre bravo e convincente Ricardo Darìn, attore nel gruppo Los galancitos, negli anni Ottanta e attore di notevole talento nei film “ Il figlio della sposa “ sempre di Campanella e “ Kamchatka “ di Marcelo Pineyro ) è stato un piccolo funzionario della Corte di Giustizia di Buenos Aires, ormai è in pensione e vive una vita solitaria. Ha deciso di scrivere un romanzo su un vecchio caso di omicidio, in realtà ha un conto in sospeso con il suo passato, ai tempi di Isabelita Peron e prima dell’onda nera di Videla e Massera, Il romanzo è la ricostruzione di un caso di omicidio avvenuto nel 1974 e attorno al quale la sua vita si è praticamente fermata. Da piccolo giudice è incaricato dell’indagine dello stupro e l’assassinio di una giovane e bella donna, Liliana Coloto; il dolore insanabile e commovente del marito, le indagini da subito “insabbiate” da un collega amico dei poteri forti e futuro sgherro della Dittatura, ma soprattutto il rapporto d’amore irrisolto con il suo capo-cancelliere Irene (Soledad Villamil), lo portano a inseguire una giustizia che nessun governo autoritario ritiene necessaria. Dopo tanti anni ogni cosa sembra rimasta sospesa nella vita di Benjamin Esposito che, di quei fatti ormai passati, deve ancora illuminare i lati oscuri. Che fine ha fatto l’assassino della ragazza da subito liberato ? E lo straziato bancario, marito della vittima ? E chi ha ucciso l’amico-collega ? Con qualche ridondanza il film funziona bene fino alla chiusura del giallo, che conosciamo soprattutto attraverso la scrittura del romanzo di Benjamin, che ricalca fedelmente ciò che è avvenuto. Il presente su cui si riverberano le conseguenze del passato appare un po’ troppo lineare e ottimista. Il finale è un po’ tirato via e, tutto sommato, poco credibile nella facilità della decisione.
    Juan Josè Campanella è un regista argentino cinquantenne dalla carriera un po’ ondivaga. Ha coniugato il cinema commerciale americano, serie televisive tra le più importanti e alcuni film d’autore in Argentina. Ha diretto due film americani: “ The Boy Who Cried Cagna “nel 1991 e “ Love Walked In “ nel 1997. E’ tra i registi delle serie Tv “Law & Order “ e “ Dottor House “ e ha diretto in Argentina “ El mismo amor, la misma lluvia “, “ Il figlio della sposa “ ( candidato all’0scar nel 2002 ), “ Luna de Avallaneda “. Bravo nelle direzione dei telefilm, bravo nella regia dei film argentini. Ma questo tipo di “ professionalità “ lo limita un po’ come autore rendendolo solo un buon regista. Ottimo il cast di attori ed anche il cast tecnico.

  3. Per noi il film è stato una sorpresa: è un intreccio magistrale, che inizialmente ci ha coinvolto come un misterioso giallo, poi si snoda in un incalzare di sentimenti profondi e umani, tra i quali il legame intenso e bello tra i protagonisti.

  4. Io l’ho trovato un buon film, anzi ottimo direi. Quello che mi ha colpito di più sono essenzilamente tre cose: La prima è la capacità di cambiare tono al film senza andare, usando un termine improprio, fuori tema. Si passa dall’indagine poliziesca con dialoghi a doc stile americano, al melò più connotato dalla storia d’amore tra il protagonista e il suo capo, Irene( che però rimane sempre sospesa durante il film, a parte la fine) fino al giallo del finale quando si scopre che fine aveva fatto lo stupratore della bella Liliana Coloto. Tutto ciò è intrecciato sapientemente con l’ausilio di un flashback calibrato, mai buttato lì per caso. La seconda cosa, conseguente a questa è la contestualizzazione. L’ atmosfera pesante che si respira data dall’ efferatezza dell’assassinio (non lasciato volutamente all’immaginazione ma mostrato in tutta la sua crudeltà da killer seriale) , dalla corruzione del potere, dalla premeditazione dell’omicidio del geniale collaboratore Sandoval ( anche se vittima non predestinata) prelude al periodo buio e di terrore della dittatura sanguinaria che da lì a qualche anno si sarebbe instaurata in Argentina. l’ultima cosa è la riflessione su come due persone ossessionate dal passato riscrivano il proprio futuro. Il protagonista, rileggendolo attraverso la composizione di un romanzo riscopre l’amore della sua vita e chiude il caso di cui si era interessato in gioventù. L’altro, il marito di Liliana, rimane schiavo e prigioniero del passato segregando l’assassino di sua moglie per tutta la vita perciò rimanendo lui stesso prigioniero.

  5. Bene… aumenta la voglia e l’interesse per andare a vederlo…
    @ guido:

  6. “non rendendo esplicita l’impossibilità del protagonista a dichiarare un amore condiviso, al punto che ha bisogno di venticinque anni per rendersi consapevole del vuoto che ha voluto intorno” @ Domenico Astuti:
    peccato tralasciare il messaggio più importante, forse (forse!) derivato dal quel “Secret”: l’amore è possibile solo quando è “dono”, libero da sensi di colpa e retaggi del passato.
    Perciò l’amore trova la strada dopo 25 anni: quando il ricordo-rimorso viene risolto! Che è la sintesi de libro “The secret”: si può amare soltanto quando si è in pace con se stessi.

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