Il curioso caso di Benjamin Button: effetti speciali da Oscar

di Pietro Ferraro 2

Effetti speciali, digitali, e visivi, sono fondamentalmente delle tecniche che aiutano ed ampliano la creatività del regista e degli sceneggiatori che grazie a tecniche avanzatissime che vanno dalla computer grafica al tradizionale make-up speciale possono sbizzarirsi nel creare suggestioni visive e mondi fantastici senza alcuna limitazione di sorta.

Oggi parliamo di un ulteriore passo in avanti nella realizzazione di effetti digitali, parliamo della Digital Domain società del regista James Cameron e del suo lavoro sullle immagini e sugli attori della fiaba dark di David Fincher Il curioso caso di Benjamin Button.

La Digital Domain e David Fincher hanno deciso che la parabola della vita di Benjamin Button che nasce ottantenne e gradualmente ringiovanisce fosse il film ideale per esplorare il mondo degli effetti visivi, ed ampliarlo verso il make-up così da digitalizzare completamente il viso ed il corpo del protagonista Brad pitt.

L’idea di base è applicare gli ultimi sofisticatissimi software che catturano espressioni e movimenti del corpo, anche i più impercettibili, e farli gestire da un software che produce  modelli poligonali in 3d che verranno poi applicati direttamente su schermo al momento della fase di post-produzione, stiamo parlando  nel caso del film di Fincher di ben 52 minuti di film in cui sono presenti effetti digitali, il che in soldoni significa 325 inquadrature ritoccate, quindi non solo il personaggio di Brad Pitt, ma anche scene come paesaggi e location varie, hanno subito un salutare restyling.

I modelli poligonali su cui si lavora per questa sorta di applicazione digitale a strati del progressivo ringiovanimento del personaggio provengono da una fase precedente e più manuale che consiste nella scultura di un busto umano su cui applicare il make-up per poi scannerizzarlo e riportarlo virtualmente su pellicola, quindi la parte dicamo più tradizionale rimane l’effettivo punto di partenza per un effetto strabiliante.

Commenti (2)

  1. L’idea di per sé non sembra neppure tanto originale: immaginare lo scorrere dell’esistenza a ritroso, seguendo il tic-tac di un orologio di moto retrogrado. Più complesso e intrigante vedere l’idea realizzata sia pure attraverso la finzione cinematografica.

    Peccato soltanto che nella versione italiana (non ho ascoltato l’audio originale), Il curioso caso di Benjamin Button sia a tratti commentato dalla voce nasale e scarsamente comprensibile di Rita Savignone, nei panni di una moribonda che, tuttavia, per circa tre ore (l’intera durata del film) ha fiato per parlare in tono artefatto e fastidioso che costringe a indovinare più che a udire ciò che viene detto.

    Per il resto, il racconto del 1922 di Francis Scott Fitzgerald, sostanzialmente modificato, aggiornato e portato sullo schermo da David Fincher, funziona abbastanza. Prescindendo naturalmente dagli Oscar ottenuti per la migliore scenografia, il miglior trucco, i migliori effetti speciali. Certo, il film non è esente da pecche, con sequenze che talora lo spettatore indovina prima ancora di trovarsele a fronte o col ritmo che lascia spesso la voglia di uscire un attimo dalla sala a prendere un caffè o fumare una sigaretta. Ma insomma, tutto procede imperterrito sino alla fine proprio come in un’esistenza ora triste e annoiata ora lieta e volta all’azione, e nell’ultima parte, accorciata nei tempi del ringiovanimento di Benjamin Button (Brad Pitt), il lavoro riguadagna nel ritmo e nel patos.

    Sarebbe proprio tanto diverso dagli altri chi vivesse il proprio tempo alla rovescia? Sembra questa una delle domande poste dal film. Girato e visto al contrario, “il nastro” della vita non presenta sostanziali differenze: la stessa fragilità e debolezza nel nascere e crescere come nell’invecchiare e morire. In fondo, nulla di nuovo sotto il sole: spesso abbiamo sentito ripetere che da vecchi si torna bambini e non ho difficoltà ad immaginare che questa massima di comune buon senso sia tragicamente vera. Non a questo, certo, si riduce il messaggio del film, che induce a più di una riflessione allorché, per esempio, all’amara presa di coscienza dello scacco dell’assoluto (“niente è per sempre”, ripetono i protagonisti), si tenta di contrapporre la serena consapevolezza che, per quanto si lotti e ci si aggrappi alla vita, alla fine si debba mollare. E ancora, nel rincorrere con la macchina da presa il destino che s’incrocia alla rovescia di Daisy Fuller (Cate Blanchett) e Benjamin Button, costretti vicendevolmente a scambiarsi di condizione e di ruolo: vecchio e bambina, anziano e adolescente, uomo maturo e giovinetta, adulto e signorina, infine quasi coetanei e ancora: giovanotto e giovane signora, ragazzo e signora, adolescente e donna matura, bambino e anziana, neonato e vecchia. In un’altalena che rende la giovinezza fugace e breve come un sogno e fa della vita una scacchiera di pezzi intercambiabili.

    Perché questa continua “anatomia” di un uomo e di una donna, coetanei solo nel breve tratto della giovinezza e tuttavia in rapporto tra loro nell’arco dell’intera esistenza? Un’altra modalità per farci consapevoli di ciò che abbiamo sempre sospettato ma di cui stentiamo a prendere realmente coscienza. Un’altra, forse, delle molte verità del senso comune e che tuttavia diventa veramente nostra solo allorché riusciamo a farne carne e sangue. L’idea principe è che l’uomo, nato di donna, della donna abbia bisogno in ogni età della vita ed il messaggio non solo è scandito dall’orologio che volge e riavvolge la cronologia del rapporto, perché in pochi passi di danza di rara bellezza ed eleganza, una Daisy impeccabile e leggiadra ricapitola già per intero la lieta e breve novella ad un incredulo Benjamin.

    Più in generale, il film sembra lanciare un ultimo messaggio condivisibile in sé e tuttavia ambiguo e pericoloso: la vita, pur tra sofferenze, illusioni e ingiustizie, è soltanto un gioco con durata limitata e regole che si possono modificare senza che l’essenza stessa del gioco ne risulti stravolta. Non prendiamola dunque molto sul serio la vita o almeno non più seriamente di un gioco che pure ci appassioni!
    (Dal Blog: Lo zibaldone di Sergio Magaldi)

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