I saw the devil, recensione in anteprima

di Redazione 2

L’incipit è brutale, selvaggio nel suo violentare ed al contempo avvertire lo spettatore più sensibile di quel che si appresta a visionare scoprendo da subito un serial killer misogino che massacra giovani donne e ne fa oggetto di torture e smembramenti.

Il primo omicidio a cui assistiamo è amplificato dal dolce sguardo di un’ignara ragazza sperduta in una foresta degli orrori e la fredda testimonianza di un atto di compulsiva violenza che affonda nel sangue e nella distorta normalità di un mostro come tanti.

Quello che lo sfortunato predatore sessuale non sa è che la sua vittima, che in un’ultima inascoltata e disperata richiesta di essere risparmiata gli confessa di aspettare un bambino, è la figlia di un detective della omicidi in pensione e moglie di un agente speciale, una vittima che figlierà un incubo ad occhi ben aperti per l’omicida seriale che si ritroverà l’agente alle costole, intenzionato non certo a far valere il senso di giustizia, ma a perpetrare a più riprese sull’uomo responsabile dell’atroce morte della moglie una serie di sofferenze e torture che serviranno a fargli comprendere, o forse no che il suo compulsivo bisogno di massacro ha un prezzo e che è giunto il momento di pagare.

Il regista sudcoreano Kim Ji-Woon dopo il barocco e disturbante horror-psicologico Two sisters e le suggestioni tarantiniane di Bittersweet life, si lancia in un efferato monologo sulla vendetta e sull’eterno conflitto tra bene e male attraverso lo specchio deformante di due capisaldi del cinema di genere come il thriller-horror e il revenge-movie che Woon maneggia con estrema eleganza e dovizia,  coreografando insostenibili esplosioni di sangue e violenza che sullo schermo lasciano tracce indelebili.

Woon scivola senza dubbio in qualche eccesso di retorica, ma dimostra un’indubbia maestria nel narrare in immagini che coinvolge in più di un’occasione, anche se in qualche caso gli accessi di violenza sembrano voler in parte coprire una mancanza di scavo psicologico, non tanto nel personaggio del marito/angelo vendicatore, ma in quello del serial killer che solo grazie alla bravura di un memorabile Choi Min-sik riesce a uscirne con un minimo sindacale di caratterizzazione, che vada oltre la sprezzante ferocia ed un sin troppo palesato odio per le donne.

I saw the devil è vivamente sconsigliato ai più sensibili e anche a chi è avvezzo al genere horror nella sua vis più tradizionale, perchè in questo caso l’orrore è tangibile e ben poco sovrannaturale e potrebbe risultare alquanto disturbante se fruito in questo formato iperrealista, per tutti gli altri ci troviamo di fronte ad un solido revenge-movie con picchi di violenza estremi e qualche pecca nell’approfondimento dei personaggi, ma considerando alcune sequenze davvero memorabili e una classe che resta tale anche con tutte le limitazioni e convenzioni imposte dal genere, c’è materia prima da incubi a iosa per chi avrà stomaco e nervi saldi per affrontare la visione.

Note di produzione: il film è stato presentato in anteprima al Torino Film Festival 2010 nella sezione dedicata al cinema horror Rapporto confidenziale.

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