Gli abbracci spezzati, recensione

di Redazione 3

La notizia su un giornale della morte del finanziere Ernesto Martel (Josè Luis Gomez) innesca un’inarrestabile sequela di ricordi nello sceneggiatore non vedente Mateo Blanco (Lluis Homar) alias Henry Caine.

L’ex-regista ora autore di sceneggiature a tempo pieno assistito dalla sua segretaria di produzione Judit (Blanca Portillo) e dal figlio di lei Diego (Tamar Novas), ritornerà con la mente a quattordici anni prima travolto da un passato che torna a bussare alla sua porta nei panni di un giovane aspirante regista che vuole commissionargli un lavoro.

Il protagonista ricostruisce frammento dopo frammento la sua passione per l’attrice Lena (Penelope Cruz), il set del suo ultimo film, il suo mondo andato in frantumi dopo l’incidente sull’isola di Lanzarote che l’uomo aveva volontariamente sepolto nella memoria e che ha fatto da spartiacque tra una vita cancellata in un istante e una nuova esistenza vissuta a metà, ma mai all’insegna del rimpianto.

Almodovar confeziona una suggestiva ed evocativa pellicola di transizione, figlia creativamente di un periodo di disagio anche fisico patito dal regista, che ci porta in un intricato e continuo concatenarsi di eventi su un duplice piano temporale, il regista ricorre ad un’eleganza e ad una formalità nella messinscena che non sembrano quasi appartenere al rutilante immaginario cinematografico a cui ci aveva abituati, e che in qualche modo lascia percepire un calo di genuino entusiasmo e passionalità a favore di una rigorosa ricercatezza visiva.

Quello de Gli abbracci spezzati è un Almodovar riflessivo, intimista e oltremodo formale, ma proprio per questo intrigante e quasi inedito nel suo modo di raccontarci il cinema attraverso il cinema stesso, in un infinito gioco di omaggi, citazioni e rimandi.

Un Almodovar malinconico che cita se stesso in alcune sequenze del film nel film Chicas y maletas, per poi crogiolarsi visivamente nell’immaginario filmico di sempre che il regista cannibalizza senza remore.

Almodovar stavolta si ferma, si osserva dall’esterno e riflette su se stesso e sulle implicazioni del fare cinema, senza dimenticare mai di popolare il suo mondo di personaggi che hanno sempre e comunque qualcosa da raccontare.

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