Un alibi perfetto, recensione

di Pietro Ferraro 3

In Louisana lo zelante e carismatico procuratore distrettuale Mark Hunter (Michael Douglas) sfoderando un’abilità oratoria notevole e prove schiaccianti, prosegue la sua inarrestabile carriera sfoggiando un invidiabile sequela di vittorie processuali che oltre ogni ragionevole dubbio supportano le sue tesi accusatorie, permettendogli di inanellare condanne su condanne, spianandogli la strada verso una sicura e fulminea carriera politica.

Sulla strada di Hunter però si piazza di traverso il giovane ed ambizioso giornalista CJ Nichols (Jesse Metcalfe), che con l’aiuto del suo collega ed amico Corey Finley (Joel Moore)  si farà arrestare volontariamente per l’omicidio di una prostituta di colore, affronterà tutto il processo per poi in ultimo dimostrare la propria innocenza smascherando il disonesto procuratore che sicuramente nel frattempo, almeno questa è la tesi di CJ, ha costruito ad arte  prove false per incastrarlo, ma il suo ingegnoso piano non filerà così liscio.

Diciamo subito che questo remake in realtà è da considerarsi più un adattamento del classico di Fritz Lang L’alibi era perfetto, Peter Hyams è un pregevole direttore della fotografia e discreto regista di pellicole fanta-horror che torna a lavorare con Michael Douglas dopo il poliziesco del 1983 Condannato a morte per mancanza di indizi.

Quello che ci è piaciuto è la messinscena rigorosa che ricalca con meticolosità i meccanismi dei moderni legal thriller, un Michael Douglas sempre carismatico nonostante un evidente e fisiologico appannamento, non ci ha convinto invece Jesse Metcalfe che reduce dai successi televisivi del serial Desperate Housewives ha un talento ancora tutto da dimostrare.

Un alibi perfetto scivola via senza lasciare troppa traccia di se, onesta e dignitosa pellicola di genere, lascia i perigliosi e intricati territori del noir percorsi dall’originale per spostarsi sul più consono e modaiolo legal thriller di ultima generazione, i personaggi sono belli, giovani e carismatici, il plot è intricato ma non troppo, l’ambiguità non è mai troppo sfumata, insomma Hyams confeziona un buon prodotto di genere, lo dirige con mano sicura e senza particolari guizzi rimanendo, senza mai sconfinare, nel territorio del godibile ma non memorabile.

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