Diary of the dead-Le cronache dei morti viventi, recensione

di Pietro Ferraro Commenta

Mentre un gruppo di studenti di cinema allestisce in un bosco un film horror a zero budget, intorno a loro le città in preda al caos cominciano ad essere invase da salme dal famelico appetito ritornate dalla tomba, il contagio fa presto a dilagare e il gruppetto di studenti a bordo di un camper, e con professore al seguito, cercherà una via di scampo.

Romero dopo La terra dei morti viventi torna alle origini citando se stesso e rispolverando suggestioni da low-budget utilizzando la modaiola tecnica del mockumentary che ha fatto la fortuna di pellicole come Cloverfield o il recente Rec, ma addomesticandone gli estremismi visivi e ammiccando al furbo The Blair Witch Project, unendovi la sua indiscutibile classe e il bisogno di metaforizzare tipico delle sue opere.

Stavolta caos e cadaveri ambulanti servono per svelarci la deriva di mass-media, informazione e nuove tecnologie, ed è qui che Romero funziona al meglio, naturalmente oltre i consueti coreografici ed iperrealistici effetti speciali.

Questo stile da guerrilla movie non sempre riesce ad enfatizzare il genio di Romero, immagini volutamente sporche, il frenetico susseguirsi delle sequenze e il il collage visivo tipico di questa tecnica di ripresa frammentano oltremodo la narrazione, così alcuni personaggi risultano deboli, forzati e in qualche caso restano appena abbozzati, uscendo di scena senza lasciare molto, mentre altri come ad esempio il professore alcolista e filosofeggiante destano più di qualche perplessità.

Romero stavolta predilige la metafora e la tecnica ai suoi sopravvissuti, come estimatori di Romero ci piacerebbe dire che il film ci ha entusiasmato, ma già nel precedente Land of the dead si percepiva una certa stanchezza, forse è anche questo il motivo che ha spinto il regista a sperimentare questa nuova formula visiva.

Fatto sta che nonostante il film abbia tutti i connotati tipici dell’Apocalisse romeriana, preferiamo il Romero più classico, narratore di caratteri e situazioni, qui le caratteristiche tipiche del registà sono stilizzate all’estremo, la messinscena è ridotta all’osso e nonostante l’indubbia classe, è palese che visivamente questo rimarrà un episodio a se stante.

Diary of the dead-Le cronache dei morti viventi rimane un esperimento intrigante ma non del tutto riuscito, una tappa forse obbligata per il regista vista l’esplorazione della società operata da Romero nel corso di questa saga e l’inarrestabile escalation della tecnologia con annessi deleteri effetti collaterali.

Fatto sta che mentre noi scriviamo, a più di un anno dall’uscita americana questo film finalmente trova una distribuzione nelle nostre sale, mentre Romero ha già figliato il sesto capitolo della saga dei morti viventi, Survival of the dead abbandonando le atmosfere da reality per tornare ad una narrazione più classica e consona al suo stile.

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