Contagion, recensione

di Pietro Ferraro 1

Beth Emhoff (Gwyneth Paltrow), ad Hong Kong in viaggio d’affari, partecipa ad una  cerimonia inaugurale per un nuovo stabilimento e mentre si trova in città visita un casinò, telefona al suo amante e poi vola di nuovo a casa da suo marito Mitch (Matt Damon) e dal figlioletto Clark (Griffin Kane). Quello che Beth non sa è che quelli che sembrano i sintomi di una brutta influenza miscelata agli effetti collaterali di un fastidioso jet-lag, sono in realtà le prime avvisaglie di un virulento contagio di cui la donna si è resa involontariamente veicolo e che presto invaderà gli Stati Uniti partendo da Minneapolis, città dove Beth morirà diventando un poteziale paziente zero.

Nel frattempo il Dr. Ellis Cheever (Laurence Fishburne) del Centro Controllo e Prevenzione Malattie, con il supporto della dottoressa Erin Mears (Kate Winslet),  conduce un’indagine su 32 decessi per malattie che sembrano avere una causa in comune e presentano tutti sintomi simili. Cheever si troverà di fronte ad un nuovo virus mutato di cui non si conosce nulla e la cui aggressività ucciderà milioni di persone nel giro di pochi mesi, mentre dal web arriveranno gli attacchi del  blogger Alan Krumwiede (Jude Law)  che grida al complotto governativo e nelle città cominceranno a verificarsi,  con l’aumento dei contagiati e il crescere del panico, atti di violenza e sciacallaggio in un’inarrestabile escalation.

Con il thriller Contagion il regista Steven Soderbergh centra l’ennesimo bersaglio, dimostrandosi ad oggi l’unico regista capace di coniugare cinema d’autore e d’intrattenimento, senza incappare in nessuno degli sgradevoli effetti colaterali delle due contrapposte visioni, l’autoreferenzialità e compiaciuto snobbismo del primo e la semplificazione ad oltranza ed ostentata volgarità del secondo.

Contagion ha tutti i crismi del thriller, i tempi ben cadenzati da una colonna sonora ricercata e funzionale, un cast eterogeneo che lavora all’unisono, una fotografia livida e un look volutamente scevro da superflui ammenicoli da disaster-movie e cosa più importante un linguaggio, che pur virando spesso nello scientifico, non risulta mai criptico. Insomma è palese che Soderbergh, al contrario di molti suoi blasonati colleghi,  quando gira un film oltre che allo spessore pensa anche allo spettatore, il che non è proprio cosa da tutti i giorni per un cineasta che ha sempre palesato una forte impronta autorale. anche quando è stato il momento di cimentarsi con tematiche light e blockbuster formato commedia.

Note di produzione: Soderbergh per realizzare il film ha fruito della collaborazione del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) e ha lavorato con un gruppo di consulenti scientifici. Il film, realizzato con un budget di 60 milioni di dollari, è stato presentato fuori concorso alla sessantottesima edizione del Festival di Venezia.

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