Chatroom, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro 1

Cinque ragazzi si incontrano e interagiscono in una chatroom, tutti complessari, insicuri e con problemi in famiglia riversano le loro frustrazioni on line guidati da William (Aaron Johnson) personalità borderline, narcisista e distruttiva, abile nell’arte dello scoprire i punti deboli dei propri interlocutori e manipolarne le azioni conducendoli verso comportamenti che avranno conseguenze più o meno deleterie sulle loro vite reali.

William è figlio di una sorta di emulo in celluloide della britannica J.K. Rowlings complessato e geloso del fratello maggiore Ripley a cui la madre ha dato il nome del personaggio letterario da  lei creato e conosciuto in tutto il mondo, Eva (Imogen Poots) è una ragazza che aspira a diventare una modella ma non ha i numeri pur essendo molto graziosa e questo le crea un forte complesso d’inferiorità nei confronti delle sue amiche alcune delle quali già in carriera, Jim (Matthew Beard) è schiavo degli antidepressivi a causa dell’abbandono del padre sparito nel nulla, Emily (Hannah Murray) è una ragazza tanto perfettina quanto disperata per il matrimoino dei genitori che sta per culminare in un divorzio, infine il diciassettenne Mo (Daniel Kaluuya) terrorizzato per una forte attrazione che prova per la sorella undicenne del suo miglior amico.

William prima sfrutterà il suo mellifluo carisma virtuale per conquistare i suoi compagni di chat per poi concentrarsi sul piu fragile di tutti, l’introverso Jim che diventerà per lui oggetto di una vera e propria ossessione che porterà William a spingere il ragazzo verso una sorta di suicidio assistito.

Hideo Nakata noto al grande pubblico per aver creato la saga J-horror Ringu, approdata negli States con un remake ed un sequel, si cimenta con un thriller che riporta al centro della narrazione le nuove tecnologie ed esplora l’ambiguo mondo delle chatroom dandogli una vera e propria dimensione visiva e trasformando il mondo di internet in una sorta di coacervo di sociopatici puntando ad estremizzare ancor di più lo script dell’inglese Enda Walsh nato in origine come piece teatrale.

L’origine teatrale del copione di Chatroom nonostante la regia visivamente dinamica di Nakata soffre di una staticità che non fa che amplificare alcune debolezze ed inverosimiglianze presenti nella pellicola, che di certo regala qualche momento intrigante vedi l’inquietante caratterizzazione della diafana e luciferina istigatrice al suicidio, ma questo spingere l’accelleratore sulla rete come male assoluto non paga in credibilità e se verso il finale il racconto acquista vigore in termini di ritmo a fine visione si ha la netta sensazione che il film non sia mai realmente entrato nel merito e che abbia perso pezzi ed intenti lungo la strada.

Lode all’intento di mostrare il lato oscuro di internet di cui chi naviga in rete è testimone quotidianamente, ma sembra che Nakata non riesca a discostarsi con efficacia dal tormentato mondo del J-horror che sino a questo momento gli ha praticamente permesso di vivere di rendita, ma questa seconda incursione al di fuori dai confini del sovrannaturale, dopo quella del 2000 con il mistery Chaos, lascia un bel pò d’amaro in bocca e sa troppo di occasione sprecata.

Note di produzione: Aaron Johnson è stato John Lennon in Nowhere Boy e supereroe senza superpoteri in Kick-Ass, Imogen Poots invece Tammy nell’horror-sequel 28 settimane dopo e Arianne in Centurion, infine Hanna Murray è nota per il ruolo di Cassie Ainsworth nel teen-drama britannico Skins.

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