Atto di forza, recensione

di Pietro Ferraro 4

Siamo in un futuro in cui la realtà virtuale è parte del quotidiano e la tecnologia ha raggiunto livelli tali da poter rendere Marte abitabile grazie a delle cupole che una corporazione ha installato, fornendo aria respirabile ai coloni e controllando di fatto il pianeta, contrastata da una sorta di resistenza che non accetta un vero e proprio regime che tiene in scacco la popolazione con il ricatto.

Frattanto sulla terra Douglas Quaid (Arnold Shwarzenegger) un operaio edile è tormentato da un incubo ricorrente e ricco di particolari che lo vede morire su Marte, pianeta su cui l’uomo non è mai stato. Un incubo che diventerà una sorta di ossessione e che lo porterà a cercare delle risposte tramite un’agenzia di turismo virtuale, la Rekall che gli permetterebbe di visitare il pianeta senza affrontare un viaggio e una spesa decisamente insostenibili e magari finirla una volta per tutte con i suoi incubi.

Purtroppo la procedura per installare i ricordi virtuali che resteranno nella memoria di Quaid anche al suo ritorno dalla vacanza virtuale, ne risveglieranno di latenti. Quaid scoprirà che la sua vita è una menzogna, che la sua memoria è stata manipolata e che i suoi incubi sono in realtà reminiscenze di vita vissuta, così dopo aver rischiato di essere ucciso dalla propria moglie e da alcuni colleghi di lavoro, Quaid punterà al Pianeta rosso, unico posto dove troverà le risposte che cerca.

1990 il regista Paul Verhoeven dopo aver esplorato l’iperviolenza giustizialista nel suo Robocop e prima della pruriginosa incursione nel thriller con Basic istinct, adatta per lo schermo un racconto di Philip K. Dick, l’autore sci-fi più trasposto ad Hollywood, allestendo un film visivamente sovraccarico con un Arnold Schwarzenegger efficace e una trama intrigante che ben riporta su schermo una delle tematiche tanto amate dall’autore che ha ispirato Ridley Scott per il suo Blade Runner, la manipolazione e la percezione alterata della realtà, tematiche affrontate all’ennesima potenza nella recente trilogia Matrix dei fratelli Wachowski.

Paul Verhoeven prova a miscelare tematiche sci-fi di spessore con la fastosa e fracassona confezione da popcorn-movie tipica delle produzioni action made in Hollywood, non riuscendovi in toto e lasciando che la messinscena in più di un’occasione prenda il soppravvento, ma restando comunque uno dei pochi esempi di blockbuster capaci di non sacrificare lo script sull’altare dell’intrattenimento ad ogni costo, il che lo rende ancora oggi un godibile divertissement hi-tech.

Concludiamo con qualche curiosità, nel film troviamo Sharon Stone che due anni dopo, proprio con Veroheven, verrà lanciata come sex-symbol grazie al thriller Basic istinct e Michael Ironside, memorabile villain in Scanners e leader della resistenza nella serie cult Visitors. Atto di forza collezionerà un Saturn Award 1990 come miglior film di fantascienza e un Oscar per gli effetti visivi asssegnato al quartetto Tim McGovern, Alex Funke, Eric Brevig e Rob Bottin, quest’ultimo sfoggia nel carnet i disturbanti e memorabili effetti speciali de La cosa di Carpenter.

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