Andrea Di Stefano: a Sing Sing e ritorno per The Informer

di Daniele Pace Commenta

Il film riprende la storia del romanzo Tre sekunfer, seppur con i tanti adattamenti nella sceneggiatura.

Andrea Di Stefano è tra i protagonisti del cinema italiano più internazionali di casa nostra attualmente, e gran parte del suo lavoro si svolge proprio all’estero. L’attore e regista si è diviso tra America e Francia, e proprio oltre oceano ha realizzato la sua ultima opera, con una curiosità. Per un film sul carcere, è riuscito a farsi chiudere per tre giorni nel penitenziario di Sing Sing, convincendo la direttrice.

The Informer

Tutto per realizzare The Informer, tre secondi per sopravvivere, un film documentario mascherato da thriller, che racconta la storia di un agente infiltrato nel carcere. Il film viene dopo di grande successo del regista con la pellicola interpretata da Benicio Del Toro su Escobar, ecco un altro thriller del genere crime che arriva nelle sale italiane, ben documentato attraverso la consulenza di Fbi e Dea.

Il film

Il film riprende la storia del romanzo Tre sekunfer, seppur con i tanti adattamenti nella sceneggiatura. In particolare il regista ha voluto adattare i tanti personaggi agli attori scelti per il film, e in particolare per lo svedese Joel Kinnaman, che il regista ha voluto fortissimamente:

“Lo avevo visto in The killing e mi aveva impressionato. Ha una grande presenza fisica ma anche una evidente sensibilità”.

E infatti De Stefano a riservato per lui il ruolo del protagonista, quello dell’agente ed ex militare delle forze speciali, mandato in missione nel carcere per combattere i cartelli della droga.

“Nelle 17 versioni della sceneggiatura, che è la cosa più importante in un film, ho lottato per un finale che non fosse così lieto, almeno un po’ aperto. Avevo visto tante serie televisive sull’argomento, ma avevo bisogno di entrare nella realtà del carcere. Sono stato lì tre giorni e ho scoperto un mondo. Innanzitutto il sovraffollamento: mettono letti a castello dietro il campo da basket e questo crea molti più pericoli per i carcerati. E poi, niente musi duri, tutti sorridono: se guardi male qualcuno è come umiliarlo, cercare di metterlo in una condizione di inferiorità. E allora si apre per te il rischio di un’aggressione, una coltellata quando meno te lo aspetti. Ecco perché non ho incontrato che persone sorridenti. La scena della rissa l’ho copiata da un che è successa per davvero, anche il dettaglio di chi si gira con la faccia dall’altra parte per non vedere”.

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