Festival di Roma 2012 giorno 5: eventi speciali Le 5 leggende, Breaking Dawn parte 2 e Ralph spaccatutto

Giornata di grandi anteprime quella di oggi al Festival di Roma 2012, il quinto appuntamento con la manifestazione romana ci propone l’anteprima del cartoon Dreamworks Le 5 leggende (nelle sale dal 23 novembre) e per l’evento parallelo Alice nella città anteprime per Breaking Dawn Parte 2 (nelle sale dal 14 novembre), il cartoon Disney Ralph spaccatutto (nelle sale dal 20 dicembre) e il fantasy-romance Beautiful Creatures (nelle sale dal 13 febbraio 2013).

Prima della proiezione in 3D del cartoon Le 5 leggende si terrà la cerimonia di premiazione del Vanity Fair International Award for Cinematic Excellence, a ritirare il prestigioso riconoscimento il regista Peter Ramsey con Jeffrey Katzenberg amministratore delegato della Dreamworks Animation Guillermo del Toro produttore esecutivo del film.

Ora torniamo al programma ufficiale del festival, per la Selezione ufficiale oggi in concorso il messicano Mai morire di Enrique Rivero, per la sezione CinemaXXI Photo del portoghese Carlos Saboga e Sono entrato nel mio giardino dell’israeliano Avi Mograbi, infine per Prospettive Italia in cartellone Il Leone d’Orvieto, documentario di Aureliano Amadei sulla scalata di Giancarlo Parretti alla Metro Goldwin Mayer.

Inoltre per gli eventi spciali fuori concorso segnaliamo la proiezione di L’insolito ignoto – Vita acrobatica di Tiberio Murgia di Sergio Naitza, documentario  sulla vita del celebre caratterista italiano,

MAI MORIRE

Chayo ritorna a Xochimilco, sua città natale, per prendersi cura dell’anziana madre in fin di vita. Circondata dall’amore e dalla bellezza sublime della natura, Chayo deve rinunciare a ciò che per una donna e madre è inalienabile. Sperimentando la lotta e lo scontro, la sottomissione e infine la liberazione dai legami di questo mondo. Il prezzo da pagare per essere libera.

Mentre cercavo una location per il film Parque via, ho incontrato un’anziana donna che viveva accanto a un cimitero che sarebbe servito per le riprese. Mi ha raccontato una storia che mi è rimasta in mente per più di quattro anni. Si chiama Chayo, una donna sicura e forte, con una profonda fede e un’antica saggezza. Vive a Xochimilco, un luogo simile a Città del Messico com’era in epoca precolombiana. Lo stile di vita e l’ambiente lo rendono un posto senza tempo. Sapevo che avrei voluto girare il prossimo film in quel luogo speciale. Il titolo Mai Morire è ispirato alla storia di Chayo, che torna a Xochimilco per prendersi cura della madre malata. Dal modo in cui me l’ha raccontata, la morte della madre sembrava un avvenimento naturale, come una parte logica della vita, e non la sua fine. All’inizio non capivo cosa volesse dire, ma nell’agosto 2009, mia madre ebbe bisogno di cure e rimasi con lei in ospedale per dieci giorni. Un’esperienza incredibile grazie alla quale capii molte cose sulla vita e sulla morte. È morta all’alba mentre le stringevo la mano, in una stanza piena di luce. Capii cosa Chayo intendesse dire. Anche se sto ancora imparando da quell’esperienza, sentivo che Mai morire è una storia che dovevo raccontare, per capirne appieno il senso. [Enrique Rivero]

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Sua madre è morta da poco e suo padre non è la persona che pensa. Elisa è in bilico tra un passato incerto e un futuro pieno di ostacoli. La ricerca del vero padre la trasporta in un presente affollato di fantasmi. Tra cadaveri parlanti, ricordi incerti, aguzzini in pensione, riuscirà a scoprire la verità? L’opera prima di uno dei più importanti sceneggiatori lusitani.

Il personaggio piuttosto che la trama.
L’attore piuttosto che la macchina da presa.
Il corpo piuttosto che la psicologia.
Le foto del passato piuttosto che i flash-back
per tornare indietro nel tempo.
Tanto la voce quanto il volto.
Tanto il fuori campo quanto il set.
L’ipotesi che la chiave di un film sta in ciò che non si vede. [Carlos Saboga]

SONO ENTRATO NEL MIO GIARDINO

È esistito davvero: era un mondo dove le comunità non erano divise da confini etnici e religiosi e dove non esistevano barriere, nemmeno metaforiche. L’avventura comune di Ali e Avi è un viaggio nella propria storia e in quella dell’altro, in una sorta di macchina del tempo nata dall’incontro di due amici in cammino nella terra che appartiene a entrambi, alla riscoperta dei luoghi della nostalgia. Si scambiano lingue e ricordi, illuminati sempre dalla viva luce dell’intelligenza e del cinema. Tutto è ancora possibile.

Tutto è nato dal sogno di un incontro impossibile tra Avi Mograbi e suo nonno Ibrahim, nel 1920, fuori dalla loro casa di Damasco. Che lingua parlavano? Avi parla un arabo elementare, mentre Ibrahim a quel tempo non ha ancora imparato l’ebraico. Nel sogno, il nonno comunica ad Avi che la sua famiglia ha deciso di lasciare Damasco per Tel Aviv. Nel sogno, Avi sceglie di rimanere: «vacci tu in Palestina», dice al nonno, «io resto qui a badare alla casa». Per dare vita al sogno, Avi si rivolge al suo insegnante di arabo, Ali Al-Azhari, proponendogli di fare un film insieme «fino all’ultimo ritocco». Ali è nato a Seffori, in Palestina, vicino Nazareth, e vive da rifugiato nella sua stessa patria dal 1948. Ali ha passato gran parte della sua vita a Tel Aviv, con una moglie ebrea da cui ha avuto una figlia, Yasmin. La storia personale di Ali suona come una sfida politica a uno dei principi della società israeliana come di quella palestinese: la divisione. Avi e Ali iniziano la pre-produzione, cercando i luoghi adatti a testimoniare il loro comune passato perduto. Appaiono lettere in Super-8 da Beirut. Un semplice viaggio di circa quattro ore da Tel Aviv per Ali e Avi è come viaggiare lontano anni luce; un posto proibito che possono soltanto sognare. Le lettere raccontano una storia d’amore e di perdita tra un uomo e una donna, ebrei del Libano, distrutti dalla ridefinizione dei confini del Medio Oriente. [Avi Mograbi]

IL LEONE D’ORVIETO

Giancarlo Parretti, nato a Orvieto da una famiglia umile, inizia a lavorare molto presto. Ma già al tempo dei primi impieghi come lavapiatti, quell’adolescente dimostra di avere ben altre ambizioni. Nell’arco di vent’anni si associa con uomini della politica e della finanza, senza preclusione di colore, genere e credo, con l’unico fine di conquistare la leggendaria Metro Goldwyn Mayer. L’operazione si rivela il più grande crack finanziario della storia del cinema. Ma Parretti oggi dichiara candidamente: “Per me l’MGM è come ‘na donna… l’importante era conquistarla, poi doppo quel che succede, succede…”

Il leone di Orvieto è un documentario storico, affrontato con i toni della commedia popolare. La restituzione dei fatti che portarono ad una delle più grandi serie di crack finanziari degli anni ‘90, è intrecciata con la passione per il cinema. L’approccio visivo del film ci porta dalla classicità dell’impianto narrativo, costruito con un tradizionale intreccio di interviste, all’esasperazione di elementi scenici, come le grafiche di cartone, i contributi da film storici, la fotografia ‘gotica’ che svela solo parzialmente gli ambienti della vicenda. Il carattere pop del lavoro, i film e le musiche contribuiscono a una sorta di gioco del “riconosci il pezzo”, per un viaggio trash nell’amarcord!.[Aureliano Amadei]

L’INSOLITO IGNOTO – VITA ACROBATICA DI TIBERIO MURGIA

Tiberio Murgia, caratterista di successo per quasi cinquant’anni. Ritratto di un attore, sardo di nascita ma siciliano per adozione cinematografica. Un “falso d’autore” inventato da Monicelli e divenuto una maschera della commedia all’italiana. I pensieri, i ricordi, i pentimenti e le menzogne di un beniamino del pubblico si alternano alla testimonianza di colleghi, critici, familiari e amici. Sullo sfondo, la parabola di un italiano al contempo salvato e tradito dal cinema italiano e dal boom economico degli anni Sessanta.

Una faccia che bucava lo schermo. Capello corvino, sopracciglia cespugliose, baffetto malandrino, mento all’insù come a reclamare una nobile alterigia che il dna di proletario sardo gli negava. Tiberio Murgia forse avrebbe meritato un documentario non solo per la sua lunga carriera di caratterista. Il personaggio che gli aveva cucito addosso Mario Monicelli – il siciliano geloso, focoso, sciupafemmine – ha finito per imprigionarlo: Murgia ha clonato Ferribotte centinaia di volte tra parodie, imitazioni, remake fino a svuotare la caricatura d’ogni efficacia. Cosa c’era oltre la maschera? Una vita picaresca, quasi la sceneggiatura di un film di serie B. La storia di un “cenerentolo” baciato dalla fortuna nella dolce vita dell’Italia del boom che, incapace di vestire i panni del ricco, finiva immancabilmente per perdere ogni bene. Un’esistenza da acrobata, oscillante fra bugie colossali e arte d’arrangiarsi, una figurina del povero meridione d’Italia ustionata dai neon del successo. E, soprattutto, il buffo cortocircuito di chi aveva scambiato, senza volerlo, la vita con il cinema e il cinema con la vita. [Sergio Naitza]