Torino Film Festival: 26 novembre. Il punto

di Massimiliano Miano Commenta

Quinta giornata di eventi targati Torino Film Festival. Quest’oggi ci occupiamo della sezione principale del festival; “Torino 26”, ovvero il Concorso internazionale lungometraggi, dedicato alla ricerca e alla scoperta dei nuovi autori del cinema contemporaneo.

Sono 15 i lavori, di cui 8 opere prime, a concorrere al premio per il Miglior film (euro 25.000), al Premio speciale della Giuria (euro 10.000), e ai Premi per la migliore attrice e per il migliore attore. Il cinema europeo è presente con 7 titoli provenienti da Germania, Belgio, Slovenia (e 3 coproduzioni Francia/Germania, Irlanda/Gran Bretagna, Portogallo/Brasile), 3 titoli dagli Stati Uniti, 1 dal Messico, 1 coproduzione Cile/Brasile, 1 titolo dal Canada, 1 dall’Australia e 1 dalla Cina.

In programma quest’oggi cinque opere scelte dall’equipe morettina, e precisamente:

Bitter e Twisted (Arrabbiato e infelice), di Christopher Weekes che dichiara:

“E’ un film sull’identità, sul modo in cui il nostro passato influisce su quello che siamo oggi. Ho finito la prima stesura quando avevo vent’anni. Nasceva dal desiderio di ritrarre l’Australia che ho sempre conosciuto, lontana dagli stereotipi dello zoticone bevitore di birra e amante del football, legata piuttosto all’isolamento opprimente che si può incontrare in certi piccoli sobborghi di una grande città come Sidney. Volendo, è una guida alla scoperta della propria natura interiore».

Prince of Broadway (Il principe di Broadway), di Sean Baker, nato e cresciuto nel New Jersey, negli anni ’90 ha studiato alla scuola di cinema di New York. La pubblicità gli ha permesso di muovere i suoi primi passi da regista e, dopo aver firmato diversi spot, ha scritto e diretto il suo lungometraggio d’esordio, Four Letter Words (2000), storia di un gruppo di amici che si ritrova qualche anno dopo il liceo per ricordare il passato e cercare di progettare un futuro.

Successivamente ha contribuito alla realizzazione della serie televisiva Greg the Bunny (2002 e 2005), per poi girare Take Out (2004), un dramma sociale incentrato sull’immigrazione cinese a New York.

Il film narra le vicende di Lucky, un immigrato clandestino del Ghana che vive nel Fashion District a New York e si guadagna da vivere vendendo merce contraffatta alla gente e ai turisti di passaggio. Anche il suo migliore amico, Levon, armeno di origini libanesi, vende illegalmente vestiti taroccati. È con lui e con la fidanzata che Lucky trascorre il tempo libero e niente, nella vita del quartiere, gli sembra impossibile. Ma l’arrivo della sua ex gli sconvolge la vita: la donna gli mette in braccio un bambino, gli dice che è suo figlio e scompare.

Ed ancora: Die Welle (L’onda), di Dennis Gansel, Demain Sophie (Domani Sophie), di Maxime Giroux, classe 1976, al suo primo lungometraggio, ed infine, Nikoli nisva sla v Benetke (Non siamo mai stati a Venezia), del regista slovacco Blaz Kutin, laureato in etnologia e sociologia all’Università di Lubiana.

Nel 1995 ha pubblicato The Land of White Doves, un libro tratto dai diari del suo viaggio in Bosnia durante la guerra. Ha lavorato come giornalista e traduttore. Per la sceneggiatura del lungometraggio Lara, ha vinto nel 2006 il premio Media New Talent dell’Unione Europea. Nel 2006 ha girato il cortometraggio Principessa.

Protagonista del film in concorso è Tone, che arriva dalla Germania per far visita al figlio Grega e alla nuora Masha. Anche se nessuno ne parla, è successo qualcosa di terribile. Nel tentativo di alleviare per un attimo il dolore comune, Tone porta la giovane coppia a prendere un gelato e inizia così un viaggio attraverso le campagne. Sulla strada, Grega e Masha sono soggetti a repentini sbalzi d’umore. Diventano improvvisamente aggressivi, tristi, allegri, nervosi, depressi. Sono tutti insieme ma ognuno è solo con se stesso. E il distacco tra di loro aumenta.

Il merito al film il regista ha dichiarato:

«Volevo avvicinarmi il più possibile alla sensazione di osservare qualcuno come se lo stessimo spiando seduti al tavolo vicino. Volevo dare allo spettatore il tempo e la possibilità di farlo, di accorgersi dei dettagli e delle emozioni nascoste, senza interrompere con tagli inutili. Le scene sono statiche e la macchina da presa non si muove mai, nello stesso modo in cui Masha, Grega e suo padre sono intrappolati nella loro condizione. Quello che per me è essenziale sono i gesti, gli sguardi, le reazioni e l’interazione tra queste persone mentre cercano di ritrovare un rapporto».

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