The Hunting Party, recensione

di Pietro Ferraro 1

Duck (Terrence Howard) e Simon (Richard Gere)  coppia di inviati in zone di guerra, il primo è un cameraman con una dipendenza da adrenalina, l’altro un reporter che ben presto, dopo aver toccato la popolarità con prestigiosi premi e fama, avrà un crollo nervoso in diretta sulla tv nazionale gettando la sua carriera alle ortiche.

Duck uscirà illeso dal tracollo del collega guadagnandosi un posto come capo-cameraman al seguito di un anchorman d’alto profilo, mentre l’ex-partner sarà costretto a barcamenarsi tra servizi realizzati nei posti più sperduti e pericolosi del globo raschiando più volte il fondo del barile, lavorando freelance per piccole reti via cavo.

La coppia si riunirà in quel di Sarajevo tempo dopo, Duck scoprirà che l’amico ha per le mani una storia di quelle memorabili che potrebbe aiutarlo a risalire la china e a rientrare nel giro grosso, il problema è che il pezzo di una vita inseguito da Simon è un’intervista a uno dei criminali di guerra più feroci e ricercati di sempre, il sanguinario Radoslav Bogdanovich conosciuto come La volpe.

Duck nonostante i rischi e in nome dei vecchi tempi deciderà di lanciarsi nell’impresa.  alla coppia si unirà il giovanissimo ed inesperto Benjamin (Jesse Eisenberg) figlio di uno dei  boss del network per il quale lavora Duck, fresco di laurea e in cerca di affermazione.

Il regista Richard Shepard (The Matador) si  ispira ad un storia vera e mette in scena un solido film che sorprende per la capacità di miscelare l’intrattenimento tipico dei prodotti made in Hollywood, con un minimo di contenuti e caratterizzazione psicologica dei personaggi, in special modo l’importante figura dell’inviato di guerra con tutte le sua eccentricità e contraddizioni.

Richard gere si dimostra ormai attore versatile capace di passare dall’intrattenimanto più easy come potrebbe essere una comedy-romance, a pellicole come questa in cui riesce a tramettere una certa dolenza che ben traspare dal suo personaggio, accentuandone ad hoc alcune fragilità ed un’umanità sempre ben precetttibili oltre lo schermo e non troppo contaminate da fisiologici vezzi da star.

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