Solomon Kane, recensione

di Pietro Ferraro 1

Il crudele e spietato mercenario Solomon Kane (James Purefoy) è un’anima perduta che riesce a sfuggire ad un demone mietitore venuto a reclamare la sua anima ormai pronta per varcare la soglia dell’inferno, così Kane non solo si rifugerà in un monastero donando tutti i suoi beni alla chiesa, ma cambierà completamente il suo modo di vivere abbracciando preghiera e contrizione.

Naturalmente anche Kane sa che la sua fuga non potrà essere eterna, il maligno e i suoi servitori sono la fuori e la sua anima è ancora macchiata dalle malvagità compiute in quella che ormai sembra un’altra vita, così spinto dagli stessi monaci che gli hanno dato asilo tra le mura consacrate del loro convento, l’ex-mercenario ora puritano intraprenderà un viaggio che lo porterà verso la sua terra natia.

Il viaggio di Kane rappresenterà un doloroso e alquanto tortuoso percorso di redenzione che lo vedrà più volte soccombere al male che nel corso degli anni ha infestato la sua terra, l’incontro con una famiglia profondamente religiosa e la vista dell’orrore che lo stregone Malachia e il suo esercito di posseduti sta seminando nella regione lo porterà di nuovo ad impugnare la spada e a reclamare la sua anima, diventando così per il genere umano l’ultimo baluardo di difesa contro le schiere di demoni che hanno sconfinato sulla Terra in cerca di anime.

Bisogna ammettere che la mitologia di questo personaggio e il background creato dallo scrittore Robert Ervin Howard, lo stesso di Conan il Barbaro, sono davvero intriganti, insomma gli horror a sfondo religioso hanno sempre dimostrato un surplus di appeal rispetto al genere stesso, creando un vero e proprio filone e mostrando il lato più mistico della lotta tra bene e male.

Al lavoro di Howard si è aggiunta l’impronta visiva dark che la Marvel nel 1970 ha regalato al personaggio con la serie a fumetti che già ne mostrava ampiamente le potenzialità cinematografiche e che in questo film il regista inglese  Michael J. Bassett, nel curriculum l’horror Wilderness, enfatizza donando alla pellicola un eleganza estrema e una cura maniacale per l’ambientazione che purtroppo non vanno di pari passo con la caratterizzazione dei personaggi.

Quelllo che brucia di più dopo la visione di questa pellicola e quello che si poteva fare con il materiale a disposizione e non si è fatto, prediligendo l’aspetto visivo che ripetiamo davvero notevole e immersivo, Bassett tratteggia un protagonista sin troppo tormentato, descrivendo il male assoluto che avrebbe dovuto rappresentare una sua degna e infernale spalla come un coacervo di sprovveduti dalle armi inesorabilmente spuntate.

Se siamo d’accordo con la scelta dell’attore James Purefoy, un protagonista praticamente sconosciuto al grande pubblico, ma con una gamma espressiva notevole, non possiamo sorvolare sull’assoluta mancanza di una controparte malevola dotata di qualsivoglia carisma, i demoni prinicipali che compaiono nell’incipit e nel finale se esteticamente notevoli, in particolar modo Il mietitore, il demone gigante del finale oltre che incredibilmente innocuo richiama troppo nelle movenze i robottoni mutaforma della serie Transformers, escono di scena con una facilità a dir poco impressionante.

Idem per la strega scampata al rogo e lo stregone Malachia, due personaggi assolutamente inutili, la prima dopo una fugace comparsa finisce per essere eliminata in maniera imbarazzante e a tempo di record nel finale e con Malachia va ancora peggio considerando il ruolo di rilievo che ricopre nell’infernale macchinazione.

In un film che punta come questo a suggestioni horror a sfondo religioso non si possono trascurare le varie incarnazioni maligne che il protagonista andrà ad affrontare, nonstante sia importante descrivere con cura il percorso di redenzione del personaggio, non si può trasformare in sbiadite figurine di contorno co-protagonisti che rappresentano senza alcun dubbio il sale di operazioni come questa.

Solomon Kane nonostante la serie di notevoli mancanze appena elencate resta comunque nel complesso un prodotto sufficientemente godibile, con una confezione notevole e un’efficace messinscena che potrà senza dubbio intrattenere piacevolmente gli occhi, ma se si cerca una decisa impronta action e personaggi di contorno dotati di un minimo di personalità, si rischia di restare delusi.

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