Recensione: La ragazza del lago

di Enzo Mauri 2

Qualche giorno fa Sky Cinema, ne ha proposto la prima televisiva, in queste afose serate estive le sale cinematografiche che dedicano rassegne ai successi della scorsa stagione, lo hanno inserito senza esitazione in cartellone. Non potrebbe essere altrimenti per un film che si è aggiudicato nell’ultima edizione ben dieci David di Donatello e può annoverare nel suo già invidiabile palmares il premio Pasinetti della Mostra del Cinema di Venezia al protagonista. La ragazza del lago è il film che vede all’esordio dietro la macchina da presa Andrea Molaioli, primo passo verso una carriera luminosa che tutti i registi vorrebbero avere, non il classico film di cassetta, ma un giallo flemmatico, ben ponderato.

Siamo nella periferia friulana, uno di quei posti dove accade ben poco, ma che dietro una facciata rispettabile, nasconde dolori e tormenti atroci che passo dopo passo vengono a galla con l’incedere della trama. La prima sequenza, cala lo spettatore in un turbine angosciante: una bimba, Marta (Nicole Perrone), torna a casa della mamma dopo aver trascorso la notte dalla zia, lungo il tragitto la affianca un pick up rosso, pochi minuti e la piccola sale, mentre la macchina da presa esita sulla targa del veicolo. Si teme il peggio, la trama invece si dipana verso altri lidi, le sponde di un lago dove viene rinvenuto il cadavere della giovane Anna Nadal (Alessia Piovan).

La pellicola ha un falso, volutamente depistante, inizio che funge da pretesto per proporci il protagonista, ovvero il commissario Sanzio (Toni Servillo). Si passa da un’indagine su una bimba scomparsa a un vero e proprio caso d’omicidio. Aiutato dai fidi colleghi: l’ispettore Lorenzo Siboldi (Fausto Maria Schiarappa) che abita sul posto, Alfredo (Nello Mascia) e la dottoressa Giani (Sara D’Amario), Sanzio si affida a l’intuito e già dalle prime battute, lo spettatore è conscio di seguire le gesta di un investigatore di prima scelta, di quelli spietati, cinici che non mollano la presa finché non hanno acciuffato il colpevole.


Come avviene sempre nei casi di omicidio, le indagini riguardano i conoscenti di Anna, una bella ragazza, atletica ma che all’improvviso decide di abbandonare l’attività sportiva. Sanzio ascolta il suo ragazzo Roberto (Denis Fasolo), un amico Corrado Canali (Fabrizio Gifuni), la moglie Chiara (Valeria Golino) e Mario (Franco Ravera), il matto del villaggio che vive in una casa assieme al padre disabile (Omero Antonutti). Fra le persone sentite dal commissario c’è anche il padre della vittima Davide (Marco Baliani), ossessionato dall’immagine della figlia e la sorella Silvia (Heidi Caldart). Tutti testimoni di una vita orribilmente spezzata, in apparenza ignari ma consapevoli.

Nella lunga schiera di difensori della legalità di cui è costellato l’emisfero cinetelevisivo, ci sembra di seguire le vestigia del tenente Colombo con il suo fare sornione volto a far capitolare il sospettato di turno. Ma la figura degnamente interpretata da Toni Servillo è ben diversa da quella del goffo personaggio rappresentato da un grande Peter Falk: nella professione Sanzio è ineccepibile, mentre nel privato deve ingaggiare una lotta quotidiana nel tentativo di comprendere le esigenze della figlia Francesca (Giulia Michelini) e dar fondo a tutta la propria determinazione pur di arginare il dolore per il dramma della moglie (Anna Bonaiuto) colpita da un tumore al cervello.

Le due facce di una stessa moneta: ognuno di noi mostra o almeno tenta di mostrare un aspetto di se, che non è detto sia il migliore, ma dietro uno sguardo, un sorriso può nascondersi un terribile segreto che erode l’esistenza e prima poi deve venir fuori. Un viaggio nell’emisfero umano, quello egregiamente descritto da Molaioli, che rappresenta la vera essenza del film ispirato a Lo sguardo di uno sconosciuto, dell’autrice norvegese Karin Fossum e il motivo del suo grande successo.

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