Orphan, recensione

di Pietro Ferraro 5

I coniugi Kate e John Coleman (Vera Farmiga e Peter Sarsgaard) già con prole attendono il terzo figlio, purtroppo per loro il nascituro muore prima di venire alla luce e tutto l’affetto e l’amore riservato al bebè, dopo il tragico evento, si trasforma in frustrazione e rimpianto per John, e in una forma di depressione per Kate.

Il matrimonio sembra non reggere il colpo, ed entra in una crisi da cui è difficile uscire. John vede la moglie peggiorare di giorno in giorno, Kate continua a somatizzare la perdita attraverso incubi, ed una depressione che ne sta minando inesorabilmente la psiche, così i due decidono di affrontare la perdita adottando una bambina su cui riversare le aspettative andate perdute.

La bambina scelta sembra perfetta, anche troppo, scampata miracolosamente ad un incendio che ha ucciso i suoi precedenti genitori adottivi, la piccola Esther (IsabellE Fuhrman) si insinua nella vita dei Coleman sfoggiando da subito una grande arte manipolatoria che convince e affascina il padre, ma lascia interdetta Kate, preoccupata dal rapporto difficile che Esther ha instaurato con la sorellastra Max. Come da copione Esther nasconde un terribile segreto, che Kate percepisce  a pelle, ma che non creduta cercherà di provare scavando nel passato della bambina.

Lo spagnolo Jaume Collet-Serra regista del discutibile remake La maschera di cera, si cimenta con le atmosfere del thriller/horror con demoniaci pargoli sulla scia de L’innocenza del diavolo o del più recente Joshua.

Notevole lo stile di questo regista, che anche se convenzionale e in molti casi decisamente furbo, riesce a dare al genere cui si ispira un’efficace deriva horror che spettacolarizza ad hoc la messinscena con risulati visivamente sorprendenti.

Confezione molto curata che non deluderà gli amanti della suspense, anche se i più scafati si renderanno ben presto conto che il film in realtà ha ben poco di innovativo, i personaggi e le dinamiche familiari,  protagonista esclusa, risultano oltremodo schematizzati, ma una rilettura furba ed esteticamente ricercata di clichè e stereotipi del genere accentuata da un uso astuto e proprio per questo efficace della violenza, scuote lo spettatore catturandone l’attenzione.

Orphan pur non raccontandoci nulla di nuovo funziona a dovere, ricalca con intelligenza il filone cui si ispira, sfoggia un’ottima messinscena, un cast di professionisti, un’inquietante e talentuosa protagonista e, particolare non trascurabile, un finale non banale.

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