Michael Haneke e Il nastro bianco

di Pietro Ferraro 7

Mai come quest’anno il cosiddetto totofestival è stato così difficile, molti i papabili alla Palma d’Oro, comunque la giuria del festival presieduta da Isabelle Huppert, ha accontentato un pò tutti e alla fine ha premiato con la palma d’Oro un film difficile e duro come Il nastro bianco di Michael Haneke, film premiato anche dalla federazione della stampa internazionale cinematografica che gli ha insignito il prestigioso premio FIPRESCI.

Haneke è un abituè della Croisette, nel 2001 con La pianista, il regista si aggiudica il Gran premio della giuria ed i due attori protagonisti, Isabelle Huppert e Benoit Magimel, vengono eletti miglior attore e miglior attrice, mentre nel 2005 con Niente da nascondere è il turno del premio come miglior regista.

Michael Haneke nasce a Monaco di Baviera il 23 marzo 1942, figlio d’arte, il padre regista, la madre attrice, Haneke studia filosofia e psicologia all’università di Vienna per poi nel 1973 esordire come regista in televisione. L’esordio sul grande schermo risale al 1989 con Der 7. Kontinent, mentre l’esordio a Cannes  è con Benny’s video pellicola presentata nella sezione Quinzaine des realisateur nel 1992, durante la quarantacinquesima edizione del festival.

Dopo pellicole come Funny games del 1997 ed il remake made in Hollywood del 2007, Haneke viene definito dalla critica come il cronista dell’abiezione, i suoi film sondano la natura umana e la sua parte più oscura e inquietante.Anche Il nastro bianco, con il quale quest’anno il regista si è aggiudicato la palma d’Oro, è stato definito dalla critica cupo, nichilista e impregnato di violenza, il regista ha difeso il suo film parlando di messaggio universale, redenzione e dei sensi di colpa della nostra civiltà giudaico-cristiana.

Ne Il nastro bianco, girato in uno splendido bianco e nero e concepito in origine come una miniserie tv, Haneke ci racconta di un paesino rurale della Germania nord-orientale del 1913, dove avvengono una serie di strani eventi che hanno sempre i bambini come testimoni o protagonisti. Sono perlopiù avvenimenti violenti e in alcuni casi inspiegabili e repentini, i bambini che subiranno psicologicamente e fisicamente questo ambigua e malevola influenza rappresenteranno la generazione da cui germoglierà  il nazismo.

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