La pelle che abito, recensione

di Pietro Ferraro Commenta

Toledo 2012, il chirurgo plastico Robert Ledgard (Antonio Banderas) è riuscito a coltivare in vitro una pelle che non può bruciare, sostenendo di averla testata solo sui topi. Nella sua proprietà, che funge anche come struttura per la ricerca medica e clinica per interventi, Ledgard tiene prigioniera una giovane donna (Elena Anaya) sorvegliata a vista dalla sua domestica Marilia (Marisa Paredes). Un flashback ci porterà indietro di sei anni per scoprire che Ledgard non ha solo perso la moglie bruciata viva in un incidente, ma anche la giovane figlia suicidatasi dopo un tentativo di stupro da parte di un giovane ragazzo di nome Vincente (Jan Cornet), ragazzo che Ledgard rapirà e terrà prigioniero per diversi giorni prima di sottoporlo ad un drastico intervento chirurgico che ci mostrerà cosa Vincente ha a che fare con la donna tenuta prigioniera e con la rivoluzionaria pelle che Ledgard sta testando.

La pelle che abito vede l’istrionico Pedro Almodovar avventurarsi in territori inesplorati dalle suggestioni horror attraverso una scienza veicolata da follia ed ossessione, ai confini di una bioetica con reminscenze alla Frankenstein, post-moderno Prometeo nelle mani dell’immensa creatività visiva di un regista capace di esplorarne l’elemento femminino, attraverso la sessualità all’insegna del transgenico di una creatura tanto splendida quanto infelice nata per vendetta, costruita nell’ossessione e amata attraverso la follia della scienza come inquietante panacea di tutti i mali, anche quelli dell’anima.

Di fronte alla maestria del regista spagnolo nell’affrontare tematiche che in parte si allontanano dal suo vibrante e complesso universo in celluloide, non possiamo che restare ammirati, chi conosce il cinema di genere si accorgerà della bravura di Almodovar nel plasmarlo a sua immagine e somiglianza, attraverso una visione iconica che resta intonsa anche di fronte ad un’ambientazione inedita. ma con personaggi che invece si mostrano da subito piuttosto familiari.

Inquadrature, scelte cromatiche e frame di un’eleganza estrema e notevole impatto visivo che giocano tra arte e citazionismo, tra il serio del rigore pseudo-scientifico e il faceto di una messinscena che non manca di alcune tipicità kitsch e di sequenze che ci ricordano, che quello messo in scena è il consueto, rutilante e folle teatrino melò targato Almodovar che abbiamo imparato a conoscere e ad apprezzare, anche se stavolta il regista ce lo presenta virato in dark e con un’intrigante digressione orrorifica dai tratti squisitamente gore, naturalmente nel senso più almodovariano del termine.

Note di produzione: il film, liberamente tratto dal racconto Tarantula di Thierry Jonquet, ha visto tornare a collaborare Almodovar con Antonio Banderas a 21 anni dall’ultimo film girato insieme. Il film è stato presentato in anteprima e in concorso alla sessantaquattresima edizione del Festival di Cannes.

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