La collina dei papaveri, recensione del nuovo film dello Studio Ghibli

di Pietro Ferraro 1

Giappone 1963, città di Yokohama, la graziosa adolescente Iumi Matsuzaki orfana di padre, un marinaio morto durante la guerra di Corea, si occupa dei fratelli minori Sora e Riku in attesa che la madre Rioko torni da un viaggio di lavoro in America. A scuola Iumi fa la conoscenza di Shun Kazama un ragazzo di cui si innamora e con il quale si batte, insieme ad altri studenti, per salvare un edificio della scuola che ospita alcuni club scolastici e che a quanto sembra verrà demolito a breve…

La collina dei papaveri è la seconda regia di Goro Miyazaki (I racconti di Terramare), il figlio del maestro Hayao Miyazaki che ha supportato il figlio collaborando alla sceneggiatura. Questo ennesimo gioiello prodotto dal leggendario Studio Ghibli si discosta dalle tematiche fantasy delle ultime produzioni, per raccontare una delicata storia d’amore adolescenziale ostacolata da un destino avverso, ma non si ,limita a questo, al suo interno raccoglie una digressione scolastica spesso centrale nei manga e anime nipponici e un richiamo alla tradizione, al passato e alla memoria come fondamenta per il futuro, contenuti che lo Studio Ghibli ha sempre portato avanti come una vera e propria bandiera.

E’ proprio in questa sua dimensione sospesa, nell’irrinunciabile happy end e nel toccante reiterare un tempo che fu che sta la forza di questo vero e proprio capolavoro, la parte visiva cromaticamente incantevole non si discosta dall’incredibile microcosmo di cui ogni lungometraggio dello Studio Ghibli è dotato, non si sente per nulla la mancanza di una digressione fantastica, tutto dalla colonna sonora ai personaggi funziona all’unisono, in perfetto equilibrio come in una delicata partitura musicale.

La collina dei papaveri ha in se la cifra stilistica del Miyazaki-pensiero, l’infanzia come veicolo di innocenza, passione infinita e quello stile inconfondibile che rende le opere dello Studio Ghibli capolavori senza tempo, trasversali, fruibili sia da chi è cresciuto a pane e manga o con classici come Conan il ragazzo del futuro, ma anche da chi cerca un’animazione capace di strabiliare per purezza di intenti, un’interazione visiva ed emotiva che va oltre l’intrattenimento, capace di far impallidire l’ipertecnologica CGI, non c’è storia è quello dei Miyazaki il cinema del futuro, altro che 3D e mockumentary.

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Note di produzione: il film, tratto dal manga omonimo del 1980 scritto da Tetsurō Sayama e disegnato da Chizuru Takahashi, è transitato al Festival Internazionale del Film di Roma e al Future Film Festival di Bologna; la colonna sonora è del compositore giapponese Satoshi Takebe (I racconti di Terramare); la pellicola alla sua uscita in patria ha sbancato il botteghino con un incasso di oltre 3 miliardi di yen ed è stato premiato come film d’animazione dell’anno agli Awards of the Japanese Academy 2012 (gli Oscar giapponesi).

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