Julie & Julia, recensione

di Pietro Ferraro 3

 Anni ’50, in una Parigi sconosciuta, la casalinga quasi disperata Julia Child (Meryl Streep), che ha seguito in Europa il marito addetto culturale all’ambasciata americana, nel tentativo di acclimatarsi scopre i piaceri della cucina francese, prima pasteggiando all’ombra della Torre Eiffel e dopo, completamente ammaliata, affronterà un corso professionale diventando l’ambasciatrice in patria della cucina d’oltreaceano, pubblicando tra mille difficoltà una vera bibbia culinaria.

New York 2002, Julie Powell (Amy Adams) vive nel Queens, ha un romanzo mai terminato nel cassetto e alla soglia dei trent’anni sente che è giunto il momento di dare una direzione alla propria vita, sarà proprio lei a ripescare una copia del libro della Child, e attraverso un blog racconterà al mondo la sfida che sta per intraprendere, realizzare nell’arco di un anno tutte le 524 ricette contenute nel libro.

Norah Ephron è una regista e sceneggiatrice che ha sempre sfoggiato un’invidiabile leggerezza nei suoi lavori, sempre in perfetto equilibrio tra comedy e romance, pensiamo al brillante Harry ti presento Sally, ma anche al romance a tutto tondo Insonnia d’amore.

In Julie & Julia ci troviano di fronte ad una comedy in cui la realizzazione personale è veicolata attraverso la passione ed il gusto per la buona cucina, ma anche per un percorso di vita che si palesa attraverso la figura di una donna che ha vissuto l’arte culinaria come espressione massima di libertà creativa e affermazione personale.

Due donne temporalmente agli antipodi, ma con gli stessi bisogni, che si realizzano e centrano le proprie esistenze attraverso la cucina, che con il suo essere arte e filosofia a tutti gli effetti, abilità nell’equilibrare gli ingredienti e la suggestione manipolatoria della preparazione delle pietanze, si raccontano e ci raccontano un mondo al femminile ricco di suggestioni.

Amy Adams, deliziosa ed efficace, trasmette tutti i dubbi, i bisogni e le ambizioni delle odierne trentenni, Meryl Streep gioca sul filo della caricatura, rischia, ma vince la sfida sfoggiando un’ulteriore sfaccettatura della sua infinita galleria di maschere e caratteri, rivelando una sorprendente e coinvolgente vis ironica.

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