Il petroliere, recensione

di Pietro Ferraro 1

Stati Uniti fine ‘800, il cercatore di metalli preziosi Daniel Plainview (Daniel Day-Lewis) scopre per caso durante lo scavo di un filone d’argento in California un giacimento di petrolio e deciso a rischiare sulla nuova risorsa in una manciata di anni riuscirà a metter su un lucrosa compagnia di estrazione.

Insieme a Plainview nell’azienda il figlio H.W. (Dillon Freasier) che il rude petroliere sfrutta a dovere visto che orfano di madre diventa una sorta di testimonial per addolcire a modo l’immagine dell’azienda di famiglia, H.W. in seguito perderà l’udito a causa di un’esplosione che ucciderà anche uno degli operai di un pozzo appena acquistato da Plainview per una cifra irrisoria.

Plainview pur di sfruttare in toto quel giacimento che promette meraviglie accetterà di finanziare una chiesa locale e il suo giovane predicatore Eli (Paul Dano), mentre nel frattempo spunta anche un impostore che si finge fratello di Plainview e il cui inganno porterà H.W. ad essere allontanato dal padre e quest’ultimo scoperta la recita dell’uomo ad uccidere a sangue freddo l’impostore.

Ormai la società petrolifera di Plainview è decollata, ma i continui compromessi con il predicatore Eli e l’ambiguità di qiest’ultimo, ormai divenuto avido di denaro e potere, finiranno per scontrarsi con un uomo ormai dedito alla bottiglia, abbandonato dal figlio deciso a mettersi in proprio e sull’orlo della follia, così un ultimo incontro-scontro con il falso profeta innescherà inevitabilmente la tragedia.

Davvero intrigante questo ibrido tra sontuosa produzione mainstream e suggestioni da cinema d’autore, il regista Paul Thomas Anderson, all’attivo per lui il corale Magnolia e il surreale romance Ubriaco d’amore, punta tutto sull’istrionismo del talentuoso Daniel Day-Lewis ispirandosi molto liberamente al racconto Petrolio! dello scrittore statunitense Upton Sinclair.

Il petroliere è un film solido, viscerale e con uno spessore di fondo della stessa consistenza dell’oleoso oro nero strappato alla terra e capace di figliare avidità e follia, Lewis caratterizza un personaggio non semplice coadiuvato comunque da un regista che non ha timore nel supportarne le talentuose derive.

Il film di Anderson funziona proprio perchè sconfina spesso miscelando spettacolo ed istrionismo a contenuti e satira, quella vera e ficcante che tra un eccesso e l’altro ci mostra il vero volto della cupidigia e le sue nefaste quanto inevitabili conseguenze.

Note di produzione: il film candidato a 8 premi Oscar ne vince 2, miglior attore (Lewis) e miglior fotografia, i set del film sono gli stessi in cui fu girato nel ’56 il classico di George Stevens Il gigante, il film costato 25 milioni di dollari ne ha incassati worldwide oltre 75.

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