Funny people, recensione

di Pietro Ferraro 3

 George Simmons (Adam Sandler) è un comico di razza, cresciuto sul palcoscenico dopo una lunga gavetta raggiunge la fama, tra una vita privata disastrosa e una sindrome da Peter Pan ormai cronica, elemento essenziale per un comico, scopre dopo alcuni controlli medici di avere una grave malattia allo stadio terminale.

Simmons si troverà una sera in un vecchio locale che lo ha visto esordire, dopo una pessima esibizione minata inesorabilmente dal suo stato emotivo viene sostituito in corsa da un giovane autore in erba, Ira Wright (Seth Rogen), che utilizza la sua performance per costruirci sopra un piccolo monologo sulla depressione.

Visto il talento del ragazzo e passata l’irritazione per performance e conseguente presa per i fondelli, Simmons gli offre la possibilità di affiancarlo nel suo ultimo anno di vita, per avere un’amico ed una spalla con cui condividere il difficile momento ed insegnarli qualche trucco del mestiere.

Film molto americano nel tema, la stand-up comedy, un modo di approcciare il monologo comico che ha fatto la fortuna di star televisive come Ray Romano e Jerry Seinfield, e un approccio narrativo d’autore quasi europeo nell’intercalare delle emozioni e nella dilatazione dei tempi,

Il re incontrastato della comedy americana Judd Apatow regista, produttore e sceneggiatore, ha finalmente potere e possibilità di rischiare il salto, dalla commedia demenziale alla maturità e malinconia di un racconto in parte autobiografico che ci ricorda nella prima parte, per costruzione e suggestioni malinconiche un vero gioiello diretto e interpretato da un altro comico di razza, quel Billy Crystal che nel lontano 1992 ci regalò lo struggente Mr. sabato sera, chi non l’ha visto lo ripeschi, ne vale veramente la pena.

Un Apatow sorprendente che coinvolge la propria famiglia ed i suoi amici per raccontare la storia di un clown triste, deluso dalla vita e dalla fama che costruisce un percorso di consapevolezza, sicuramente forzato dagli eventi che ne accelerano tempi e decisioni, ma comunque non privo di lati positivi e con una voglia disperata di sopravvivere a se stesso.

Funny people regge molto bene nella prima parte i dialoghi sono strepitosi, i rimpalli e i tempi comici istintivi regalano a Sandler la migliore performance della sua carriera e a Rogen la possibilità di sfoggiare la sua sorniona e melanconica vis comica già percepita nei suoi precedenti lavori televisivi e qui esplicitata oltremodo.

Qualche sbavatura è fisiologica, la dilatazione dei tempi a lungo andare figlia tempi morti, il repentino cambio di fronte della seconda parte cambia l’andazzo della sceneggiatura che vira nel convenzionale, ma questo non vuol dire che il film non rimanga un’operazione coraggiosa, ambiziosa e nel complesso riuscita. Gli estimatori del terzetto in salsa demenziale sono avvertiti, qui c’è dell’altro.

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