Enter the Void, recensione in anteprima

di Pietro Ferraro Commenta

A Tokio il tossicodipendente Oscar (Nathaniel Brown) deve incontrare lo spacciatore Victor in un malfamato locale conosciuto come The Void per consegnarli alcune dosi di droga. Dopo aver fatto uso di stupefacenti e ancora stordito dal recente viaggio Oscar si incammina verso il locale accompagnato da Alex (Cyril Roy), un amico eroinomane che gli ha appena prestato Il libro tibetano dei morti che descrive le varie fasi che attraversa l’anima cosciente prima di reincarnarsi. Giunti al locale Oscar scoprirà che Victor lo ha incastrato e nell’istante in cui la polizia irromperà nel locale per arrestarlo, Oscar riuscirà a rifugiarsi nei bagni e a liberarsi della droga, ma questo non basterà perchè un colpo partito da una delle pistole dei poliziotti lo ucciderà.

Così mentre all’esterno Alex avvertirà Linda (Paz de la Huerta), la sorella di Oscar che il fratello è morto, all’interno del locale Oscar, o meglio quella che dovrebbe rappresentare la sua anima cosciente, scruterà dall’alto il suo stesso corpo esanime riverso nel sangue e fluttuando in una sorta di stato extra-corporeo, intraprenderà un viaggio tra lo psichedelico e il mistico che gli mostrerà passato e presente per portarlo verso una destinazione ultima sconosciuta che si rivelerà un nuovo inizio.

Torna il regista argentino Gaspar Noè ad otto anni dal controverso Irreversible che all’epoca creò non poco scompiglio irritando buona parte della critica ufficiale, ricordiamo che Enter the Void esce da noi a quasi due anni dalla data di uscita europea. Anche stavolta ci troviamo di fronte ad un film piuttosto compiaciuto che in questo caso miscela con invidiabile e coraggiosa nonchalance droghe, misticismo, reincarnazione e alcuni clichè che attraversano trasversalmente tutto il repertorio vita dopo la morte messo in scena, scritto e rappresentato nel corso di secoli.

Se avete apprezzato visivamente l’incursione poetica e rivelatoria del magnifico The Tree of Life di Terrence Malick, sarete senza dubbio fisicamente preparati a questa vera e propria esperienza percettiva più che cinematografica, infatti Noè sacrifica tutto ciò che rappresenta la canonica rappresentazione da grande schermo come lo scavo dei personaggi e le dinamiche che scaturiscono dalle loro azioni, per immergere lo spettatore in una sorta di immersivo limbo vissuto in prima persona, in cui si alternano flashback e visioni tra il lisergico e lo psichedelico.

Enter the Void ha dalla sua l’estrema originalità che però rappresenta anche una sua palese limitazione, che sembra figlia di un certo egocentrismo creativo. L’opera di Noè potrebbe mettere a dura prova lo spettatore meno paziente e la lunghezza del film, unita ai tempi dilatati all’estremo e alle numerose e volute pause meditative rendono la pellicola nel complesso non di facile fruibilità, certo che se cercate qualcosa di veramente alternativo, Enter the Void rappresenta l’estremo in quel senso e quindi capace anche di regalare suggestioni che vanno ben oltre il convenzionale intrattenimento da grande schermo.

Nelle sale dal 9 dicembre 2011

Note di produzione: per quanto riguarda la concezione visiva del film Noé ha provato diversi allucinogeni in gioventù ed ha usato quelle esperienze come ispirazione per lo stile visivo. Più recentemente quando il regista stava già sviluppando il film ha sperimentato nella giungla peruviana gli effetti di un infuso vegetale psicoattivo noto come ayahuasca, in cui il principio attivo è la DMT (dimetiltriptamina) e che viene considerato legale riguardo al suo utilizzo enteogeno. Per quanto riguarda invece la colonna sonora Noé ha inizialmente chiesto a Thomas Bangalter, membro dei Daft Punk che aveva già composto la musica per Irréversible, di creare una colonna sonora originale per Enter the Void. Bangalter però era occupato con il lavoro su Tron: Legacy e ha dovuto declinare. Come compromesso ha fornito a Noé una composizione di suoni ambientali e campioni esistenti di musica sperimentale da cui Noé ha creato quello che ha immaginato come “un vortice di suoni” ispirandosi in parte alla composizione Revolution 9 dei Beatles.

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