Capitalism: A Love Story, recensione

di Pietro Ferraro Commenta

 Torna l’irriverente, sagace e ironico Michael Moore, stavolta la crisi finanziaria che ha investito gli States per poi globalizzarsi, ha ispirato l’anarcoide documentarista per l’ennesimo e personale escursus all’insegna del film d’inchiesta con tutti gli ingredienti tipici che negli anni  hanno fatto di Moore un testimone per nulla silenzioso di un sogno americano ormai alla deriva.

Sempre e comunque contro, sempre e comunque scomodo, stavolta i raid mediatici di Moore prendono di mira le banche, l’incipit a base di immagini tratte da vere rapine ai danni di istituti bancari rende subito l’idea del tono che ci dovremo aspettare proseguendo nella visione.

Wall Street, il sistema finanziario americano, la sopraffazione continuata del cittadino comune, tutti nel mirino del regista che prosegue la sua personale demolizione di un sistema che è palesemente fallace e deleterio per la massa.

Frammenti di vita e tragedie quotidiane, incursioni all’insegna della provocazione, le inchieste di Moore forse mancano di una certa formalità e di un dovuto approfondimento, però sanno come e dove colpire per insinuare nello spettatore la curiosità, e l’inquietante sensazione di non essere mai pienamente consapevoli dei meccanismi che regolano l’economia della più grande potenza mondiale.

Dopo averci scosso con le lobby delle armi in Bowling for Columbine, lasciato perplessi con Fahrenheit 9/11, forse il suo lavoro più noto ma anche il meno incisivo ed equilibrato, e il provocatorio e spiazzante Sicko, spietata cronaca della situazione della sanità americana in balia dei privati, Moore torna in gran forma e più incisivo ed efficace che mai.

Con Capitalism; A Love Story il regista americano sforna forse il suo prodotto più cinematografico, non sempre lineare, e non privo di sbavature, ma sempre pronto a destar coscienze e a risvegliare dal torpore qualche cittadino medio assuefatto dal tran tran quotidiano, pronto a mostrargli con un linguaggio diretto, privo di fronzoli e a volte anche troppo schietto, l’altra faccia per nulla gradevole e tantomeno suggestiva dell’American dream.

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