Festival di venezia dalla ventunesima alla trentesima edizione: dalla bellezza di Sophia Loren a quella dei film di Bunuel

di Enrico.Nanni Commenta

Come passa il tempo. Siamo già a metà degli anni cinquanta. Rombo di motore nuovo, strada asfaltata che si perde nei desideri delle persone. L’odore della Laguna era già forte allora, quando sembrava che il Festival di Venezia dovesse toccare il cielo in modo asintotico.

Fa così caldo. Ormai il Festival potrebbe chiamaris Festival del caldo. Ma perchè sempre in Agosto? Penso. E’ giorno, e fa caldo. Guardo le strade della città e provo un senso estatico di pace. Mi chiedo se questa felicità non artificiale durerà per sempre, se sarò sempre così felice guardando una strada deserta sotto il solleone.

Se fossi grande, stasera, adesso, potrei essere lì, magari potrei sentire, come sottofondo, la musica di Elvis Presley, che mi sembra così nuova, ma allo stesso tempo così affascinante. Mi manca non essere lì in questo momento, in questo frizzante 1956: ma me lo sento: sarà Maria Schell a trionfare, proprio con Gervaise, ma nessuno toglierà il premio San Giorgio a Kon Ichikawa, per Biruma no tategoto , alla faccia di coloro che non amano il cinema giapponese.


E nel 1957, l’anno prossimo, sarò ancora a scuola, e le vacanze saranno ancora lunghe. Nella mia mente, carica di fantasia e di visioni, prevedo che negli anni sessanta il mondo cambierà, ma non prima di aver assistito alla vittoria di Akira Kurosawa che presenta il suo Kumonosu jô.

Il 1958 sarà l’anno del movimento della Nouvelle Vague, rappresentato nel 1958 da Le beau Serge. Tocca solo a Claude Chabrol lo scettro del trionfo? Non credo proprio: l’atmosfera inizia a scaldarsi.

Ecco che esplode una meravigliosa Brigitte Bardot, protagonista del film La ragazza del peccato di Claude Autant-Lara, ma divi e dive italiane si fanno notare: tanto per citare solo un nome, Sophia Loren, vince la Coppa Volpi nel 1958 per l’interpretazione in Orchidea nera di Martin Ritt.

Il 1959 sarà tutto italiano, e sento che, essendo più grande, sarò in grado di riconoscere le doti di Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Silvana Mangano, accomunati dall’aver partecipato a La grande guerra di Mario Monicelli.

E vai von i sessanta. Allora sarò grande, ma soprattutto in grado di sfruttare in modo produttivo la mia raggiunta maturità. Povero Visconti. Ancora una volta beffato. Il pubblico, deluso dalla mancata assegnazione a Luchino Visconti per Rocco e i suoi fratelli, ha fischiato per tutto il tempo durante la premiazione.

Il vincitore, André Cayatte, portando sotto braccio la sua creazione, Il passaggio del Reno, come si sentirà? Del resto si tratta della seconda grande delusione per il regista, già beffato in occasione della presentazione di Senso. Empatia o malcelato sadismo? Non voglio neanche pensarci.

In una escalation positiva il festival si fece promuove e rinnova il cinema con la C maiuscola; le numerose sezioni create riescono a divenire una degna cornice per film del free cinema inglese, fino ad allora semisconosiuto, come Sabato sera, domenica mattina di Karel Reisz, Sapore di miele del 1962 di Tony Richardson.

Nel 1963 scatta l'”era Chiarini”. Luigi Chiarini prende infatti le redini della direzione della mostra, portando avanti una certa opposizione alla mondanità, alle pressioni politiche e alle ingerenze delle case di produzione (di già!?), promuovendo la qualità artistica dei film contro la a sfavore della commercializzazione .

Chiarini pone l’accento sul confronto tra scuole di registi. Artisti affermati e talenti emergenti si alternano sugli schermi della mostra: Jean-Luc Godard, Carl Theodor Dreyer, Ingmar Bergman, Pier Paolo Pasolini, Akira Kurosawa, François Truffaut, Joseph Losey, e ancora Carmelo Bene, John Cassavetes, Luis Buñuel, vincitore nel 1967 del Leone d’Oro con Bella di giorno.

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