Babycall, recensione del thriller con Noomi Rapace

di Pietro Ferraro Commenta

Anna (Noomi Rapace) con l’aiuto dei servizi sociali si è appena trasferita in un nuovo appartamento, con lei vive Anders il figlio di otto anni che Anna vorrebbe chiuso in una campana di vetro, sorvegliato a vista giorno e notte dallo sguardo ossessionato di una madre che vive nel terrore di un marito violento e del reiterarsi di un passato traumatico.

Anna è restia persino a mandare il figlio a scuola, ma messa sotto pressione dai servizi sociali accetta a malincuore che il figlio frequenti altri bambini e che dorma da solo, ma il timore che al figlio possa accadere qualcosa durante la notte, timore che le procura un’insonnia cronica, la porta ad acquistare un babycall per neonati, cosi da poter ascoltare il respiro del figlio durante la notte, l’unica cosa che sembra darle un po’ di sollievo.

Dopo l’acquisto del babycall però qualcosa  si incrina nel quotidiano di Anna, la donna comincia a riceverer dei segnali radio distorti dall’apparecchio in cui in cui si sente un bambino urlare e chiedere aiuto, la voce però non è quella del figlio e le inquietanti interferenzae proseguiranno aggiungendo ansia su ansia, portando Anna ossessionata da quella voce a perdere lentamente e inesorabilmente il contatto con la realtà.

Torna sugli schermi italiani l’intensa Noomi Rapace, l’attrice svedese famosa per il ruolo della tormentata hacker Lisbeth Salander nella trilogia Millennium e prossimamente a bordo del Prometheus di Ridley Scott (nelle sale dal prossimo 14 settembre), si cimenta in un altro ruolo tormentato, ma stavolta delineato su un’ansiogena figura materna dai contorni ossessivo-compulsivi.

Babycall è il secondo lungometraggio per il grande schermo e secondo thriller psicologico per il regista norvegese Pal Sletaune, che riesce a miscelare con indubbia efficacia suggestioni a sfondo sovrannaturale a una serie di tematiche di spessore come la violenza sui minori, i disturbi depressivi associati alla maternità, il tutto sullo sfondo di un periferia grigia, omologante e visivamente straniante, costruita su fondamenta di cemento e solitudine.

Babycall funziona a dovere nell’espletare il suo iter tensivo che può contare sul talento ormai acclarato di una protagonista capace di esteriorizzare tormenti spesso impercettibili o trascurati.

A supporto di un performance attoriale di livello c’è la solida regia di Sletaune che gioca sul confine tra realtà e sogno sfumandone i contorni fino all’eccesso, perdendo qualche colpo solo nel finale dove la trama ha solo una manciata di secondi per essere districata nella sua totalità, rischiando a più riprese di confondere anche lo spettatore più attento, ma premesso ciò è indubbio che la costruzione di questa traumatica odissea psicologica ha in se tutto l’inquietante fascino di un disturbante sogno ad occhi aperti.

Nelle sale dal 31 agosto 2012

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Note di produzione: nel cast figura anche Kristoffer Joner, già protagonista del precedente thriller di Sletaune dal titolo Next Door (Naboer); la colonna sonora è di Fernando Velázquez.

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