Recensione: Wall-E, un nuovo capolavoro targato Pixar

Wall-E è un robot a energia solare, specializzato nella pulizia della Terra, che vive da centinaia di anni in completa solitudine (l’unico amico è un piccolo insetto con cui interagisce senza poter comunicare), in quanto tutti gli abitanti del pianeta sono fuggiti a causa dell’insostenibile inquinamento atmosferico.
Un giorno, sulla Terra, viene fatta sbarcare un robot sonda femmina, di nome Eve, che deve cercare una qualsiasi prova che dimostri, che il mondo è nuovamente vivibile.
Wall-E, abituato a passare il tempo libero a collezionare oggetti del passato, si innamorerà di lei e cambierà il suo stile di vita, abbandonando le certezze del pianeta per non perderla e addirittura lottando con lei, perché l’unica piantina, fonte di vita, non cada nelle mani sbagliate, una volta giunta sulla stazione orbitante dove sopravvivono gli ultimi discendenti dei terrestri.
Wall-E, nono film della Pixar, diretto dal premio oscar Andrew Stanton, è una commedia drammatica fantascientifica d’animazione per adulti: oltre ad essere troppo poetico (scene esteticamente bellissime accompagnate dalla colonna sonora dell’otto volte nominato all’oscar Thomas Newman) per il pubblico più giovane, è anche lento e spesso privo di dialoghi.
Il film, in una ipotetica linea temporale di pellicole di fantascienza, è l’esatto opposto di 2001 Odissea nello spazio: mentre nel film di Kubrick la macchina leva il potere all’uomo, in quello di Stanton, l’uomo si riappropria simbolicamente della propria vita, spegnendo la macchina principale, un timone con l’occhio centrale uguale a quello di Hal 9000.
Il film, tecnicamente perfetto, con scelte di colori adatte ad ogni situazione e caratteri rappresentati in maniera superba dalle fattezze della fisionomia, non è il solito film ecologista, come qualcuno potrebbe pensare vedendo il protagonista, un robot spazzino, all’opera, quanto una amara riflessione della nostra società: Wall-E, che divide ciò che è salvabile da ciò che è realmente da buttare, è capace di emozionarsi ed emozionare, pur essendo una scatola metallica di ultima generazione, con la fiamma di un semplice accendino o uno sguardo curvo dei suoi due occhi meccanici, mentre l’uomo è descritto come arido ammasso di lardo, incapace di smuoversi dalla sua sedia (la massa di grasso ha ridotto lo scheletro) per ammirare il mondo che lo circonda, troppo attento a seguire le mode(cambiare virtualmente il proprio colore da rosso a blu) e a perdersi nei pettegolezzi (non c’è il minimo avvicinamento tra le persone, perché non c’è nulla di importante di cui parlare), per potersi concentrare sul reale senso di vivere, confuso con l’idea di sopravvivere.
La tecnologia non è, però, qualcosa da cui fuggire, basta utilizzarla in maniera corretta:WALL-E e EVE non si dimenticano del loro obiettivo nemmeno quando si trovano sentimentalmente vicini; il capitano impara ad amare la Terra, che non ha mai visto, guardando le immagini del suo computer di bordo; i robot difettosi, messi da parte dall’egemone robot timone, collaborano con gli esseri umani per portare a termine la missione e nella ricostruzione della Terra; EVE impara ad apprezzare, in uno dei momenti più toccanti del film, il suo amato, rivedendolo in un video.
Concludendo: Wall-E, che personalmente candiderei all’Oscar, va visto con gli occhi del curioso, ben consci che, seppur nei primi minuti si possa soffrire la totale assenza di dialogo, lungo andare, si imparerà ad amarlo per quello che è, lasciandosi condurre in uno splendido viaggio, non privo di aspetti buffi, così come si è amato un altro cartone itinerante, Alla ricerca di Nemo.
23 Commenti









































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La tua recensione, l’ennesima positiva che leggo, mi fa ovviamente crescere ulteriormente la voglia (già enorme) di vedere questo film.
Ho prenotato i biglietti per domani… Non vedo l’ora!
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