Recensione: Le morti di Ian Stone

Ian Stone (Mike Vogel) è la stessa persona in posizioni sociali differenti in diverse vite parallele. Nella prima vita, che ci viene mostrata, è un campione in erba di Hockey che, dopo essersi visto annullare il punto della vittoria in una partita, causa tempo scaduto (in realtà il tempo era stato fermato precedentemente), riaccompagna a casa la propria fidanzata Jenny (Christina Cole) e sulla strada del ritorno, fermandosi per salvare una persona sulle rotaie, rimane ucciso.
La situazione si ripete una decina di volte nel corso del filme, ogni volta che muore, Ian si trova vivo, mentre sta ricoprendo con naturalezza ruoli differenti, a lui totalmente consueti, come se la sua vita fosse quella che vive dopo la morte e non quella in cui è stato ucciso.
Ciò che da lontano, la prima notte, sembrava un essere vivente era in realtà un mietitore (Marnix Van Den Broeke), che gli dà la caccia in ogni mondo parallelo per eliminarlo definitivamente. Il suo unico modo per sopravvivere, come gli dice un uomo misterioso, è ricordare il suo passato.
Le morti di Ian Stone (The deaths of Ian Stone), thriller anglosassone diretto dall’italiano Dario Piana, parte forte, ma basta mezz’ora, cioè il tempo per vedersi spiattellata la realtà dei fatti e aver assistito a due o tre morti del protagonista, per diventare noioso, ripetitivo e privo di fantasia (compreso un finale a sorpresa, che sorprende solo chi non ha seguito il film con la minima attenzione).
Il regista prende spunto probabilmente dal film Ricomincio da capo o dall’italiano E’ già ieri (o forse dalla serie televisiva dello scorso anno Day Break) e comincia a raccontare una storia intrigante, che attira per la sua stranezza, fatta di morti inspiegabili e continue reincarnazioni, ma appena deve dare un senso all’alone di mistero che lo circonda, si butta sulla strada più ovvia, il paranormale e come se avesse finito le idee, getta nel calderone mostri alla Supernatural, un clima alla Matrix, delle scene più o meno splatter, persone misteriose o spaventate per salvare la frittata, ma ormai è troppo tardi, perché il danno, aver rivelato il senso del film subito, è stato fatto..
Concludendo: Le morti di Ian Stone, ben girato dal regista, non ha la forza per trasformarsi da buona idea a buon prodotto. Purtroppo nemmeno all’estero basta avere dei mezzi all’altezza per creare un film di successo, perché, se alla base non c’è una storia capace di mantenere alta la tensione, anche il più pauroso dei mostri non farà paura nemmeno a un bambino.
Termini legati all'articolo: Christina Cole, Dario Piana, Marnix Van Den Broeke, Mike Vogel, The deaths of Ian Stone.
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Immaginatevi un auto, una nissan 350z, con motore modificato e NoS…corre a 300km e di botto appena schiacciato il NoS si blocca…questo è il film…veloce e di botto lento…