Recensione: Il mio sogno più grande

America, fine anni ’70: Grace (Carly Schroeder) è una quindicenne che cresce in compagnia di suo fratello maggiore Johnny (Jesse Lee Soffer) e dei due minori Mike (Hunter Schroeder) e Daniel (Trevor Heins), tutti pazzi per il calcio, a tal punto di farsi allenare giornalmente dal padre Bryan (Dermot Mulroney).
Un malaugurato giorno Johnny rimane coinvolto in un incidente stradale e muore. Grace, che non ha mai trovato spazio in una famiglia maschilista, chiede con forza al padre di allenarla per poter entrare nella squadra di calcio della scuola per realizzare il sogno del fratello, ovvero segnare il gol della vittoria nella partita più importante, quella con l’istituto rivale, ma la sua richiesta viene respinta.
Quando Bryan si rende conto che sta perdendo anche sua figlia, che sconsolata si è data all’alcool, al fumo e ai ragazzi, tralasciando gli studi, cambia idea e decide di allenarla per aiutarla a diventare una calciatrice della squadra maschile della scuola, il sogno più grande di Grace.
Il mio sogno più grande (Gracie), è la storia realmente accaduta alla famiglia Shue (qui presenti con Andrew Shue nel ruolo del vice allenatore e con Elisabeth Shue nei panni della madre di Grace), diretta dal Davis Guggenheim (marito di Elisabeth), già premio oscar per il documentario Una scomoda verità.
Il film ha una bella storia da raccontare, fatta di difficili rapporti familiari (l’iniziale mancato appoggio a Grace, da parte della sua famiglia, quando la ragazza perde Johnny, non solo fratello, ma vera e propria guida), di contrasti sociali (far entrare in una squadra di maschi una ragazza, per dare uguali diritti a maschi e femmine) e di lotta contro ogni tipo di avversità, ma tutto ciò rimane lasciato così in sospeso e vago, a tal punto da gettare alle ortiche quel che di bello si poteva creare.
Stiamo parlando di pressapochismo: tutto rimane accennato, a tal punto che non è sviluppata la parte agonistica del film, di cui vediamo solo continui allenamenti e la partita finale, e nemmeno i rapporti interpersonali tra i personaggi, non solo quelli familiari (quello tra padre e figlia sembrava molto affascinante), ma anche quelli tra Grace e la sua amica o i suoi coetanei. In questo festival di abbozzi non sorprende che gli unici personaggi vagamente più costruiti siano la protagonista e suo padre.
Concludendo: seppur il film corra, lasciando indietro con molta eleganza una marea di domande, ci troviamo di fronte ad un film mono tono, che fa già intuire il finale dopo cinque minuti dall’inizio della proiezione e che, seppur discretamente prodotto (bella fotografia, inquadrature classicheggianti), non convince, risultando un po’ troppo sempliciotto, quasi quanto il messaggio, menzognero, cioè che nella vita basti avere forza di volontà per riuscire ad ottenere ciò che si vuole.
Termini legati all'articolo: Andrew Shue, Carly Schroeder, Davis Guggenheim, Dermot Mulroney, Elisabeth Shue, Gracie, Hunter Schroeder, Jesse Lee Soffer, Trevor Heins.
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Dopo 30 minuti di film chiedevo al mio ragazzo quanti minuti mancavano alla fine….lento a talpunto di voler spegnere tutto ed andare a ninne!
[...] per realizzare i propri sogni come nel dittico Goal!, edificante parabola da family-drama come ne Il mio sogno più grande, ma anche come comedy a tutto tondo come nel B-cult L’allenatore nel pallone piuttosto che in [...]
[...] senza troppi sforzi. Canale5 ha sfoderato una nuova prima tv, purtroppo per loro senza successo: Il mio sogno più grande, film drammatico con Carly Schroeder e Elisabeth Shue, ha racimolato comunque 2.526.000 spettatori, [...]